Gasoline Rainbow, di Bill Ross e Turner Ross

Oltre il semplice incontro di fiction e documentario, questa nuova odissea americana trasmette una vitalità malinconica eppure mai così libera e necessaria. VENEZIA80. Orizzonti

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Un film sulla gioia del perdersi, verso la fine del mondo: che in questo caso è una festa promessa come memorabile e eletta immediatamente a meta del viaggio di cinque adolescenti americani. Tre ragazzi e due ragazze, amici sin dall’infanzia, che non vogliono perdere l’occasione di affrontare quella che avvertono come l’ultima occasione di fare insieme qualcosa che lasci un segno nelle loro vite sul ciglio dell’età adulta. Perciò salgono a bordo di un minivan per fuggire nel deserto, in scenari di meravigliosa e selvaggia bellezza, che sembrano i crateri atomici delle Colline che hanno gli occhi craveniane. Da lì proseguono lungo le arterie che attraversano il continente, sospesi in una dimensione che sembra a tratti quella dei grandi western (dove non a caso fanno capolino anche gruppi di cavalli in libertà), oppure delle grandi epopee anni Trenta (la parentesi clandestina sul treno), fino alle più moderne odissee metropolitane (tutta la parte dedicata agli skateboard che sembra una propaggine di Paranoid Park di Gus Van Sant). Il viaggio nello spazio diventa così anche attraversamento del tempo, scandito da una playlist di brani hip hop o heavy metal, mentre cambia sempre il mezzo di locomozione: dal minivan al treno, appunto, allo skateboard, fino alla nave, consumando il suolo e le scarpe.

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Progettato durante il lockdown come esorcismo ai timori per un futuro senza prospettive a medio termine, Gasoline Rainbow diventa così la mappa di un cinema con cui i fratelli Bill e Turner Ross fagocitano un immaginario sedimentato in decenni di attraversamento del grande continente, per unire la grande epopea americana (e quindi la fiction) all’immediatezza del documentario: elaborato insieme agli stessi attori, tutti non professionisti, il film recupera un rapporto New Hollywood con la materia filmata, come nelle opere-fiume di Robert Kramer, ma con un senso definitivo della prospettiva, affastellando nuovi elementi con sempre maggiore naturalezza. Tanto varia lo scenario e il mezzo, tanto i ragazzi incontrano e fanno amicizia con facilità con nuove persone, li integrano nella loro ricerca, e li utilizzano come via d’accesso alla realtà, per capire meglio sé stessi e le esperienze (personali e anche familiari) che li hanno portati a quel punto. La sensazione, insomma, è che loro – tutti provenienti da contesti non facili – siano stati direttamente generati dalla fine del mondo, che poi sarebbe il nostro, incapace di garantire certezze alle nuove generazioni. E perciò, nel perseguire questo viaggio terminale, finalmente ritrovano la loro ragione d’essere, il loro magnifico senso di libertà.

I Ross creano in questo modo un ambiente amniotico, che abbraccia la vitalità caotica del gruppo in un perenne overlapping di dialoghi e suoni, mentre lo sguardo si sfuoca, è filtrato dalle foto dei social media o dalle riprese dei cellulari, entra nella realtà mentre la scontorna in macchie cromatiche che, di nuovo, rinnovano un senso di apocalisse liberata: come i corpi che danzano sugli scenari nucleari di Catastrofe, di Toshio Masuda, il film trasmette una vitalità malinconica eppure mai così tanto piena. Dove non a caso il momento della festa, sempre vissuto come l’ultimo e più necessario approdo, diventa quello meno importante, perché già “bruciato” da una pienezza nel vivere l’impresa sin dal primo minuto. Una magia fortuita, la chiamano gli autori, nel comporre il loro personalissimo Mago di Oz, ma che si può ottenere solo con l’empatia di chi ama davvero la materia che si realizza sotto i propri occhi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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