GERMANIA 2006 – Merry-Go-Round

"Lo stile di Cassavetes salta agli occhi dello spettatore, ma sembra perdere ogni consistenza nel momento in cui viene ridotto alla successione lineare e discorsiva delle parole, della frase, tanto è legato al momento della proiezione. Che fare, allora? Mettere a distanza l'emozione o gettarsi senza ritegno nell'immanenza dell'opera? Esitazione essenziale che non mi decido a risolvere", è quanto scrive Thierry Jousse in una monografia sul cineasta americano John Cassavetes.



Lo sguardo osserva e scruta, cercando di penetrare i corpi nel loro essere a distanza; accarezzandoli senza toccarli, circondandoli senza abbracciarli, misurandone la lontananza in un sentire che si fa pensiero e che attraverso di esso aspira a dare loro consistenza e presenza. Da un lato i fermenti, i presentimenti, le vaghe impressioni e le ombre vane trasportate dal cinema (o dal calcio, come capita in questi giorni), dall'altro il tentativo di determinare il proprio sentire; o ancora, da un lato il bisogno di aderire alla vita lasciando che il movimento degli occhi si dispieghi, s'irradi da un sé per aprirsi a quel mondo fatto della stessa "stoffa" del corpo, desiderosi, come si è, di afferrarne la fisicità, dall'altro il tentativo di semplificare la visione, nello sforzo di risolverne il risvolto, per far sì che tutto diventi semplice, sim-plex, appunto senza piega. Mentre l'occhio ci appare come un corpo vivente, carnale, bruciante che si nutre, inseguendoli, degli istanti inghiottiti dall'inafferrabile divenire del visibile, dal suo incessante accadere, e il guardare una polifonia che mette insieme qualità, luce, colore e profondità, nelle parole sembrerebbe esserci quella successione lineare e discorsiva di razionalità, quasi fossero espressione di una giustificazione, di un'assenza di passionalità. Dopotutto le parole, siano esse dette o scritte, quasi rivelano l'impossibilità di poter fissare una volta per tutte l'inesausta, inesaudita apprensione delle emozioni il loro sfinente, infinito gioco d'amore.


Ecco perché vorremmo che questi pensieri sul calcio fossero un "Merry-Go-Round" di rivettiana memoria, qualcosa di intricato a partire da uno spunto semplice ed efficace; pensieri immersi in un gioco fatto di complicità, distrazioni, affinità, contrasti e incertezze "anche a rischio di scorgere, al termine del viaggio, che forse si è girato in tondo". Lo stesso mondiale ci appare già, o vorremmo che fosse, una "giostra" in cui si succedono in sovrimpressione le singole partite e i loro protagonisti; un girotondo in cui si ripete il cammino circolare di chi tende al centro, anche mancandolo, non è forse quanto è successo a Kaiserslautern dove l'Australia ha rimontato, negli ultimi sei minuti, il Giappone, battendolo per 3 a 1 (con una doppietta di Chaill e un gol di Aloisi); o quanto è capitato agli spaesati giocatori statunitensi travolti dalla Repubblica Ceca (3 a 0 con gol di Koller e doppietta di Rosicky); ma soprattutto con la prestazione dell'Italia ad Hannover contro il Ghana, una partita della quale, a dispetto di tutte le polemiche che ci sono state nelle scorse settimane, restano le immagini nelle quali ciò che immediatamente si è proposto e si è imposto, è stata la trascinante emozionalità, insieme alla paura di esserne esclusi. Immagini che hanno rivelato, ancora una volta, quanto sia impossibile "mettere a distanza l'emozione" di fronte alla sua leggerezza.