I cento passi

Regia: Marco Tullio Giordana

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Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Claudio Fava, Monica Zapelli
Fotografia: Roberto Forza
Montaggio: Roberto Missiroli
Scenografia: Franco Ceraolo
Costumi: Elisabetta Montaldo
Suono (presa diretta): Fulgenzio Ceccon
Interpreti: Luigi Lo Cascio (Peppino Impastato), Luigi Maria Burruano (Luigi Impastato), Lucia Sardo (Felicia Impastato), Paolo Briguglia (Giovanni Impastato), Tony Sperandeo (Gaetano Badalamenti), Andrea Tidona (Stefano Venuti), Peppino Montalbano (Cesare Manzella), Ninni Bruschetta (cugino Anthony)
Produzione: Fabrizio Mosca per Titti Film
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 114’
Origine: Italia, 2000

Cento passi dividono l’abitazione del giovane Peppino Impastato da quella del boss mafioso Tano Badalamenti. Cento passi di una “storia minore”, lungo una striscia di terra di un paesino siciliano, Cinisi, diviso tra mare e roccia. Una storia di un omicidio minore, avvenuto lo stesso giorno del delitto Aldo Moro, di un ragazzo che aveva osato sfidare la mafia, che aveva allestito mostre fotografiche per denunciare malaffari e speculazioni, che aveva creato un giornale in cui scriveva «La mafia è una montagna di merda», un circolo chiamato «Musica e cultura» e un emittente «Radio Aut», che aveva cominciato a scuotere tutta la Sicilia. C’è un brano di storia minore da riportare a galla. Il delitto Peppino Impastato venne liquidato dai quotidiani del giorno dopo con un trafiletto e dalle autorità giudiziarie che lo hanno considerato solo un suicidio (solo dopo 20 anni infatti Tano Badalamenti verrà rinviato a giudizio). Una storia minore che invece Giordana esalta col suo stile roboante, col rumore dei 100 passi, in un film “non di mafia” dove in una sceneggiatura (scritta dallo stesso regista con Claudio Fava e Monica Zapelli) congegnata secondo un preciso disegno commerciale, resta totalmente assente la forza, l’energia, la rabbia della protesta di Peppino Impastato, rimane fuori-campo la sua ribellione contro i padri (il padre naturale, Luigi Impastato; il padre politico, Stefano Venuti; il padre mafioso, Tano Badalamenti). Giordana agisce sul modello del “cinema politico” italiano degli anni Settanta, che ha avuto in Francesco Rosi ed Elio Petri i suoi migliori esponenti – e, in questo senso, la citazione di Le mani sulla città è una sorta di dichiarazione – ma il suo stile passa anche per le “ricostruzioni illustrative” alla Giuseppe Ferrara (il lavoro sul corpo e sul viso degli attori per ri/creare personaggi celebri del panorama politico italiano già esistiti) tendenza rinnegata in un finale dove si vedono le foto dei veri volti dei protagonisti. Giordana mescola il cinema d’impegno sociale con subdole ruffianerie nella colonna sonora stile Radiofreccia di Luciano Ligabue, vuole scuotere lo sguardo e il cuore degli spettatori ricattandolo emotivamente, con immagini di bandiere rosse che sfilano in occasione del funerale di Peppino Impastato. Non è che si vuole negare la Storia, è chiaro. Si vuole negare un atteggiamento prima più privato e personale che entra dentro gli affetti del protagonista, che poi diventa improvvisamente collettivo, umanitario ma mai umano, quasi buonista. Quello di Giordana è da sempre un cinema senz’anima, che sfrutta la Storia (da Appuntamento a Liverpool a Pasolini – Un delitto italiano), per squarciare con fredda violenza gli affetti più intimi. In I cento passi percorre il boom del capitalismo e la rivolta studentesca dentro quell’angolo di mondo vuoto che è Cinisi. Film sulla Sicilia dove non c’è Sicilia, film sulla mafia dove non c’è mafia, film su un ventennio cruciale italiano dove restano fuori gli anni Sessanta (come in Così ridevano, ossia l’Amelio più brutto), il Sessantotto e il Settantasette. Un’opera anche con attori all’altezza, con Tony Sperandeo e Luigi Maria Burruano veramente grandi, ma le loro interpretazioni restano isolate in un film apparentemente denso di avvenimenti, ma, alla fine, clamorosamente vuoto.

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