Il figlio di Saul accusato di freddezza intellettuale

Il regista Laszlo Nemes difende la sua cruda scelta stilistica, per non nascondere la violenza dei campi di sterminio.

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Premiato con il Grand Prix al 68° Festival di Cannes, Il figlio di Saul concorrerà anche per l’Oscar come miglior pellicola straniera. Il film, che trae spunto da molte testimonianze e documenti dei sopravvissuti, cela nella trama anche un sentimento biografico di László Nemes, che nell’Olocausto perse molti familiari. Un esordio che ha ricevuto molti elogi ma anche feroci critiche per il freddo e risoluto percorso di narrazione, come ad esempio la tagliente definizione di Manhola Dargis del New York Times, che ha bollato il film come: “Radically dehistoricized, intellectually repellent. Un commento che ci riporta ai tempi di Jacques Rivette e del suo giudizio cinefilo riguardo alla carrellata finale in Kapò, di Gillo Pontecorvo.

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Nel parlare e spiegare la dura scelta stilistica adottata per Il figlio di Saul, László Nemes rimarca che con la sua opera ha voluto mostrare visceralmente gli orrori dei campi di concentramento. Come dichiara a Variety: “I wanted to talk about the rule, which is death”. Il giovane autore ungherese ritiene che la folta filmografia sul delicato tema dell’Olocausto spesse volte ha inquadrato i violenti fatti con distanza, adottando, finanche, una filosofia manicheista. Quello cui, invece, era interessato Nemes era indagare e mostrare da dentro la sottile linea oscura che separa la vittima dal carnefice, il tenue confine tra il deportato e il Kapò. Una netta presa di posizione che gli ha anche creato problemi nella realizzazione, dopo che a Il figlio di Saul sono stati rifiutati gli aiuti di Israele, Francia, Germania e Austria. L’intero budget 1.6 milioni di euro gli è stato elargito dall’Hungarian Film Fund, con il supporto addizionale della Claims Conference.

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