Jodorowsky’s Dune, di Frank Pavich

Il documentario di Pavich non è uno sguardo malinconico su una mancata svolta della storia del cinema, ma un devoto inno al fallimento come principale mezzo del cambiamento. Al cinema.

A metà degli anni ’70, Alejandro Jodorowsky è il nome di punta della scena surrealista. Il successo enorme di El Topo e de La montagna sacra (quest’ultimo al secondo del botteghino italiano del 1973, come ci tiene a sottolineare il regista stesso) gli consentono carta bianca per il suo progetto successivo. Istintivamente, Jodorowsky fa al suo produttore il titolo di un romanzo di culto per gli amanti della fantascienza, da molti considerato inadattabile: Dune di Frank Herbert. Ovviamente, però, l’artista cileno ha in mente qualcosa di più di una semplice trasposizione. Sarebbe stato la venuta di un nuovo Dio, sceso sulla mente dello spettatore per cambiarla per sempre. Purtroppo, però, il condizionale non lascia scampo e il film non verrà mai realizzato. Jodorowsky’s Dune, documentario del 2013 diretto da Frank Pavich giunto nelle sale italiane in concomitanza con il reboot di Denis Villenueve, rincorre quello che può essere considerato uno dei miraggi più influenti della storia del cinema.

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La lavorazione del film viene ripercorsa dal documentario fin dal suo stato embrionale, guidato dalle parole del suo allegro e mistico demiurgo. La ricostruzione di Jodorowsky’s Dune è rigorosa, concisa, non si perde in una bulimia di aneddoti che avrebbe appesantito il tutto e non si avventura oltre l’ora e mezza. Con essenzialità viene comunque restituita l’atmosfera di entusiasmo e di devozione totale (Brontis Jodorowsky si allenò sei ore al giorno per due anni nel combattimento a mani nude e con armi bianche) nel costruire qualcosa di epocale. Orson Welles, Salvador Dalì, Amanda Lear, Pink Floyd, David Carradine: questi sono alcuni degli illustri “guerrieri spirituali” che Jodorowsky ingaggia in giro per il mondo. Gli storyboard di Jean Giraud e i bozzetti di H.R. Giger prendono vita grazie all’animazione, evocando nello spettatore la storia che voleva “far provare l’LSD senza prendere l’LSD”.

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Chissà che mondo sarebbe stato, si chiede in un’intervista Nicolas Winding Refn, se prima di Star Wars fosse uscito Dune. Come la droga psichedelica permette alla mente delle connessioni impossibili in condizioni normali, il film di Jodorowsky avrebbe potuto ricombinare completamente il nascente meccanismo industriale del blockbuster. Sarebbe stata un’opera-mondo profetica e anticipatrice di temi come l’unificazione dell’immaginario, il cambiamento climatico, lo sfumarsi dei confini tra uomo e macchina. Idee allora fondamentali per cercare di costruire un futuro che però le grandi major erano in grado di concepire solo in termini di futuri incassi. Jodorowsky viene ripudiato e il progetto crolla.

Tutti i grandi cambiamenti dell’essere umano si sono sviluppati attraverso il fallimento. Così, ogni piccolo pezzo nel quale si frammenta il film di Jodorowsky diventa un seme che feconda un’enormità di opere a venire, da I predatori dell’arca perduta ad Alien, da Flash Gordon a Terminator. Jodorowsky’s Dune non si abbandona mai alla malinconia di una svolta mancata della storia del cinema e dell’arte, ha lo sguardo speranzoso di chi è convinto della bontà delle proprie idee e attende che il sentiero pieghi necessariamente in quella direzione.

Titolo originale: id.
Regia: Frank Pavich
Distribuzione: Wanted
Durata: 90′
Origine:
USA, 2013

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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