Khorshid (Sun Children), di Majid Majidi

Il Concorso procede con il film iraniano Khorshid (Sun Children) di Majid Majidi, film di denuncia sullo sfruttamento minorile in Iran, dramma in continua espansione che non accenna a diminuire. Ali è un dodicenne e come la maggior parte  dei suoi amici, è costretto a lavorare e il più delle volte a rubare per vivere e mantenere la madre, ricoverata in un ospedale psichiatrico dopo un brutto incidente. Un giorno un malavitoso della zona gli promette una casa dove portarla, a patto che lui lo aiuti a scovare un tesoro al quale si può accedere solo attraverso le fogne che partono dalla scuola…così Ali e i suoi amici decidono di iscriversi all’istituto, dove un maestro e il preside lavorano duramente affinché i bambini abbiano un’istruzione. Khorshid si apre infatti con una doppia dedica, quella ai bambini iraniani sfruttati per lavori di ogni genere e quella alle persone che ogni giorno si battono per aiutarli, per dare loro un’infanzia normale. Ali è perfetto per trovare il tesoro,  è piccolo e può arrivare dove un adulto non riesce, nelle viscere della terra dove il sole non batte mai, ma c’è solo fango e assenza d’aria. Majidi racconta questa storia di sfruttamento partendo da una terribile contraddizione, da una stonatura: un gruppo di bambini che cerca un tesoro, ma lo fa senza gioia, Non c’è gioco ma sofferenza, ricerca disperata di appigli e rimedi alla povertà. Ali non ride mai e sorride raramente, e solo con il maestro, l’unica figura adulta realmente positiva nel film.

Il regista ha urgenza di raccontare l’assenza di sole, la terra sul viso dei bambini raggirati dagli adulti e stipendiati meno di loro (in Iran spesso e volentieri il 70% in meno), la disperazione nel buio, la mancanza di figure adulte protettive…realtà non dissimile a quella che vigeva nell’Inghilterra vittoriana, solo che qui siamo nel 2020 e non nell’Ottocento. Ma quest’urgenza di Majidi non trova adeguato sfogo nelle immagini, che rimangono invece ancorate, quasi appiattite, sulla storia raccontata, senza trovare davvero una loro sbocco emotivo.  Anche il sole del titolo non trova respiro nei fotogrammi; non c’è contrasto fra buio e luce, se non in poche immagini improvvisamente colorate, in rare e composte riprese dall’alto, poste lì coscientemente per dare un senso di libertà. Il lavoro minorile, l’amicizia, l’energia dell’infanzia, tutto è raccontato dal regista con un film che va dove e come ci aspettiamo che vada, impigliandosi  sulla superficie di ciò che racconta e non andando oltre. E questo non solo perché non approfondisce a dovere i suoi personaggi, ma soprattutto perché non riesce ad avventurarsi nelle viscere della terra insieme ad Ali, seguendo forse solo l’urgenza di denunciare, attraverso una sceneggiatura precisa e mirata. Ma rimaniamo toccati solo nella misura in cui si sta parlando di sfruttamento minorile, e non perché quest’ultimo viene davvero affrontato e sviscerato attraverso ciò che vediamo. Non riescono neanche le immagini evidentemente simboliche, di nuovo troppo disciplinate ( la contraddizione del tesoro o i colombi che volano via, finalmente liberi dalla gabbia). Insomma, è come se sapessimo già un po’ tutto di Khorshid, e di certo ne siamo colpiti, ma più per quello che racconta che per quello che riesce a mostrarci. 

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APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)

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