LIBRI DI CINEMA – “Fuori i Rossi da Hollywood! Maccartismo e cinema americano”, di Sciltian Gastaldi

fuori i rossi da hollywoodFuori i Rossi da Hollywood! Maccartismo e cinema americano

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di Sciltian Gastaldi
Edizioni Lindau
Pag. 416 – € 24.00

 
Una Commissione parlamentare che inquisisce le stelle del cinema sulla base di sospetti. Processi politici senza diritto alla difesa. Incarceramenti senza prove. L’accusa: aver cercato di insinuare elementi di «antiamericanismo» nei film. Questo, e molto altro, racconta Fuori i Rossi da Hollywood!, attraverso i verbali – in gran parte inediti in Italia – delle udienze tenute dalla Commissione per le attività antiamericane, davanti a cui sfilarono personaggi come Ronald Reagan, John Wayne, Walt Disney, Gary Cooper, Bertolt Brecht, Edward Dmytryk e molti altri. Il quarantenne scrittore, giornalista e docente universitario, romano di nascita, Sciltian Gastaldi (autore dei romanzi Tutta colpa di Miguel Bosé e Angeli da un’ala soltanto, nonché collaboratore di “Internazionale”, “D-La Repubblica delle donne” e di “Il Fatto Quotidiano”), propone un viaggio indietro nel tempo, in un passato mai tanto attuale. Un viaggio nell'America maccartista del 1947, nella quale una delle professioni di grido era il venditore porta a porta di rifugi antiatomici. Dalla prefazione di Oliviero Diliberto: “Zero Mostel danza da solo in una stanza d'albergo. Sorride. Ha una coppa di champagne in mano. Brinda verso un interlocutore inesistente. Sale sul davanzale della finestra. Si butta nel vuoto. È un ricordo vivissimo. The Front (in Italia, Il prestanome) di Martin Ritt: storia di maccartismo e dell'impossibilità di lavorare nel cinema e nello spettacolo per chi era di sinistra o, semplicemente, per quanti si opponevano alla caccia alle streghe, credevano nella libertà di espressione, nella democrazia. Ci fu chi affrontò il carcere, chi rimase disoccupato, chi – come Mostel nel film di Ritt – si uccise. (…)  
 
Torniamo a Zero Mostel e alla struggente scena finale del film, nella quale Woody Allen si rifiuta di fornire alla Commissione sulle attività antiamericane anche il solo nome di un morto. Diventa un eroe, lui che era, appunto, solo un prestanome. L'America si interrogava su se stessa, come tre anni prima aveva fatto Sindney Pollack (Come eravamo). Il cinema indagava sul cinema, sulla vigliaccheria e sul coraggio. Ferite ancora aperte, se si pensa alle recentissime polemiche sull'Oscar alla carriera attribuito a Elia Kazan, accusatore di amici e colleghi – come tanti altri – per farla franca. Sono, in fondo, i momenti nei quali ciascuno di noi si confronta con se stesso, prima ancora che con gli altri. Uno il coraggio, direbbe Manzoni, non se lo può dare. Ma la dignità, sì. Il maccartismo – come spiega benissimo questo libro intelligente, colto e raffinato, ricco di materiali inediti – nasce nel quadro del mondo diviso in due, nasce dal blocco di Berlino (1948), dall'incubo dell'atomica sganciata pochi anni prima su Hiroshima e Nagasaki ed appena sperimentata per la prima volta in Urss (1949), dalla paura del comunismo che vince in Cina (sempre nel 1949), dall'inizio della guerra di Corea (1950). Il cinema ha raccontato il VietNam, vero incubo collettivo della nazione, nei modi più disparati. Ma il cinema americano è riuscito anche a dissacrare se stesso, e penso proprio allo stesso cinema sul VietNam, grazie alla parodia intelligente e asperrima di Tarantino (Pulp fiction). (…) È lo stesso cinema che sta affrontando – è storia di oggi – il tema del pericolo terrorista, della paura per gli islamici. È il cinema dell'epoca delle prigioni di Guantanamo e delle torture di Abu Graib, ossessionato, in un senso o nell'altro, dall'11 settembre. I "cattivi" cambiano. Di volta in volta, sono stati gli indiani, i messicani (Alamo insegna), gli stessi cocciuti cowboy che non si arrendono all'arrivo della legge nel vecchio West (lo struggenteL'uomo che uccise Liberty Valance), poi i giapponesi, i tedeschi, i sovietici con i loro alleati: coreani, vietnamiti, spesso implicitamente rappresentati dagli extraterrestri, di cui si teme sempre l'invasione. Ora, gli islamici. Oggi, siamo ripiombati nell'incubo. La guerra è tornata a dominare la scena. Anzi, la guerra ha sostituito la politica estera, la diplomazia. E la prima vittima della guerra, come affermava uno che di guerra se ne intendeva, è la verità. Tornano paure collettive, razionali o irrazionali, caccia alle streghe, proclami infuocati, anatemi. Vi è sempre in agguato, in definitiva, un senatore Joseph McCarthy. Sta a noi, come alla coscienza libera dell'America, vigilare affinché la storia, diabolicamente perseverando nell'errore, non si ripeta. Mai più”.
 
 
Terza edizione di questo imprescindibile testo sull’argomento (la prima edizione risale al 2004), costituito da un imponente lavoro di ricerca e nello stesso tempo da una peculiare chiarezza di narrazione, capace di esplorare non solo la storia del cinema statunitense del dopoguerra, ma aprire anche spiragli di analisi storica sulla politica mondiali di quegli anni. Oggi evidentemente alla red-scare si è sostituita la islam-scare, a testimoniare quanto il post-11 settembre possa considerarsi, per certi versi, come il neo-maccartismo, la moderna caccia alle streghe. In effetti, lo stesso autore si sofferma, nell'ultima parte del saggio, sull’inquietante, quanto evidente, rapporto tra la caccia ai comunisti del passato e la più recente caccia ai mussulmani.