LOCARNO 67 – Eleonora Brown, ritorna la bambina di "La ciociara"

sofia loren ed eleonore brown in la ciociaraNon è un dèmone di tutti, il cinema. Può accadere che, a undici anni, ti investa una popolarità immensa. Può accadere che poi il cinema continui a corteggiarti, mentre i fotografi ti aspettano sotto casa, e ci sono riviste con il tuo volto in copertina. Ma può accadere che, dopo un paio di altri film, tu decida che non è il cinema ciò che davvero vuoi fare. E può accadere che ciò ti porti ad una vita altrettanto felice. Se non di più.

E’ il curioso destino di Eleonora Brown. La ragazzina del film La ciociara. Quella ragazzina che, nel film di Vittorio De Sica, nel film che vinse l’Oscar, rappresentava l’innocenza, la purezza travolta dallo tsunami sporco della guerra.

Lei, aggrappata alla combattività di Sofia Loren, madre coraggiosa, pronta a tutto per difendere quella figlia. Eppure incapace di evitare le imboscate della Storia. Lei, Eleonora Brown. Il suo volto fu l’immagine più nitida dell’Italia violentata dalla guerra. Un’Italia che, nel ’43, perse le illusioni, la speranza, quella acritica fiducia nel futuro che aveva nutrito fino ad allora. E in qualche modo proprio lei, con la sua figura minuta, la rispecchiava.

Aveva undici anni, Eleonora Brown. Il successo del film le portò un’attenzione immensa: “A scuola, per tutti ero ‘l’attrice’. I ragazzi non mi invitavano a ballare, erano intimiditi. I professori mi promuovevano senza neanche interrogarmi. E io, invece di sentirmi privilegiata, mi sentivo molto sola”, dice con sincerità.

Adesso ha qualche anno di più, e una bellezza ancora luminosa. Elegante, consapevole. Una voce che fluisce, musicale. Mentre racconta il suo passato, il suo presente. Tutto quello spicchio di storia personale che non è stato mai dato in pasto ai fotografi, o ai giornalisti di gossip.

 

E’ a Locarno che la incontriamo. E’ ospite della manifestazione cinematografica, che ha proiettato La ciociara nell’ambito di una immensa retrospettiva dedicata alla Titanus.

 

 

Cominciamo proprio dall’inizio. Un nome italiano, un cognome anglosassone. E nel film, una compostezza insolita per una bambina italiana…

E infatti. Io sono metà americana e metà italiana. Di Napoli mia madre; americano mio padre, dirigente della Croce rossa internazionale. Ho il cuore napoletano e una certa mentalità americana!.

 

 

Come fu l’incontro con Vittorio De Sica?

In realtà, De Sica cercava una ragazzina più grande, dai tredici ai quindici anni. Io ne avevo appena undici, all’epoca dei ‘provini’. Mia zia mi portò ugualmente, perché lei voleva incontrare Sofia Loren. Solo per quello! Ma De Sica, appena mi vide, disse al suo assistente: ‘è lei. E’ lei la ragazzina che cerco’….

 

 

Che cosa vide De Sica in lei?

Io credo che cercasse un certo sguardo. Però non lo saprò mai con certezza.

 

 

Il film è tutto su di lei e sul suo rapporto con Sofia Loren. Come fu lavorare con Sofia?

Sofia fu per me davvero una seconda madre. Protettiva, coinvolgente, tenera. Fu lei, praticamente, a insegnarmi l’italiano: io andavo alle scuole americane. Ma soprattutto, anche fuori dal set era come nel personaggio che interpretava. In una scena, Renato Salvatori doveva toccarmi, doveva mettermi una mano sulle gambe, e anche toccarmi il fondoschiena. Sofia lo mise in guardia: ‘tu devi fare finta! Fare finta, capito? Guai a te se la tocchi!’. Per me, Sofia è stata tutto. Ho continuato a sentirla, anche dopo. E le voglio un bene dell’anima.

 

 

La popolarità che la investì deve essere stata pazzesca.

Cambiò tutto, per me, e in modo repentino. I fotografi mi aspettavano sotto casa. Ci furono persino voci che volessero rapirmi per ottenere un riscatto: la questura di Napoli, dove vivevo, mi assegnò una guardia del corpo. E io mi ritrovai a dover convivere con una guardia del corpo per un anno! Devo molto ai miei genitori, se non ho perso il senso della realtà.

 

 

Dopo La ciociara, ha interpretato anche altri film. Uno con Little Tony, un altro con Vittorio De Sica, e anche uno spaghetti western.

De Sica mi avrebbe voluto per tutti i suoi film; e sì, ho interpretato alcune altre cose. Poche. I miei genitori non erano entusiasti che io facessi il cinema. Ma io stessa, soprattutto, avevo altri sogni. Da piccola desideravo diventare un’astronoma. E al cinema non ho mai pensato davvero.

 

 

Poi che cosa accadde?

Accadde che a diciannove anni decisi che la mia faccia non andava bene per il cinema. Non mi sentivo adatta, non mi piacevo. Decisi di dedicarmi allo studio. All’università mi sono laureata in Economia e commercio. Poi sono divenuta traduttrice parlamentare.

 

 

E il cinema?

L’ho ritrovato in un altro modo: per pagarmi gli studi, ho iniziato a fare doppiaggio. E ho fatto la doppiatrice per altri vent’anni. Sono fortunata, posso doppiare sia in italiano che in inglese. E in questo senso il cinema è stato parte della mia vita.

 

 

Ma se ripercorre la sua vita sino ad ora, che cosa vede?

Soprattutto, vedo i grandi affetti che la hanno sostenuta. I miei genitori, e il mio matrimonio. Da tempo ho perso mio marito: ma gli anni che ho vissuto insieme a lui, la felicità che ho vissuto insieme a lui, nessun film e nessuna popolarità me la avrebbero potuta dare.

 

 

E oggi? Tornerebbe a fare cinema?

Per tanto tempo non mi è mancato il cinema. E oggi, invece, penso che potrebbe essere piacevole, e interessante, riaccostarmi ad esso. Ma il cinema è talmente in crisi che anche le attrici brave e belle fanno fatica a trovare spazi. Non mi illudo che ci sia posto per me.