#Locarno69 – L’incanto e la scoperta: Festa, di Franco Piavoli

Un concerto visivo-sonoro in questo nuovo stratosferico mediometraggio del cineasta di Pozzolengo, una festa in cui lo sguardo trascende sempre quello che sta filmando. Fuori concorso

Si muove in maniera sempre più decisa nelle zone di una magia della realtà il cinema di Franco Piavoli nel suo stratosferico Festa, lanciato verso un futuro dove il digitale cattura frammenti volti, suoni in un concerto visivo-sonoro dove la festa di San Pietro in un villaggio di campagna diventa ancora l’occasione per entrare nel cuore di un luogo di cui si sente fino all’ultimo respiro.

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Un parroco, al termine della messa, invita tutti a far festa. Le persone più anziane aprono le danze. Gli artisti di strada incantano i passanti e gli adolescenti. Ma alcuni restano ai margini come l’uomo infermo in carrozzella, l’uomo chiuso in casa, il ragazzo pensieroso, la donna che guarda le coppie che si abbracciano.

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All’inizio c’è l’anomala presenza di un videogioco, quasi per anticipare un evento che diventa come una lunga ipnosi, un sogno ininterrotto, fatto di giostre luminose, ma anche di ‘ombre cinematografiche’ come quelle sul pavimento o il travolgente momento del bacio sul muro bianco (quelli del cinema di Piavoli sono ancora più belli del cinema più belli del vero), pura illusione cinematografica che mostra sempre di più come lo sguardo del cineasta di Pozzolengo trascenda sempre quello che sta filmando portando(ci) oltre verso una nuova dimensione. Ma sono anche quelle fuori-campo, della religiosità di un evento dove ci sono, come nelle messe, le impercettibili ma decisive variazioni nel ripetersi di ogni funzione. Ci sono quasi derive del cinema di Jacques Tati, tra il ‘giorno di festa’ e la presenza del circo. Ma anche una musica fluttuante che lascia ondeggiare continuamente la serata, si ferma e riprende di nuovo (anche con il motivo di Piovani di La messa è finita), che si confonde con i suoni reali, che crea sotto una sua ‘anima musical’ e che si accompagna, come apparizioni improvvise, ai momenti del rito (il cibo che si sta cucinando), alle traiettorie delle macchinette che si scontrano, dei fuochi d’artificio, dei balli che diventano puro coordinamento arconico.

franco piavoli festaDiventa decisivo ancora il lavoro sul tempo, dove ogni frammento filmato sembra già essere (s)fuggito appena un attimo dopo che è stato filmato. E che può essere ri/vissuto solo dopo ogni visione, che diventa esperienza ricordo desiderio ogni volta che la Festa di Piavoli può essere replicata. E c’è il tempo pure sui volti, segnati ma fortemente vitali, chiusi anche in piani molto stretti, quasi dettagli antropologico che anticipano il successivo slancio o li chiudono nell’isolamento e quindi nella solitudine. Ma è anche il tempo del cinema di Franco Piavoli, con un’incredibile continuità con gli inizi. La festa e i balli del suo corto Domenica sera (1962) ma anche di Voci nel tempo (1996). Dove il buio nasconde ancora i suoi misteri, la luna è la proiezione di una vita, quindi di un cinema che guarda sempre in avanti. Con i turbamenti, le delusioni gli amori di un cinema quasi esclusivamente sensoriale, dove le voci si confondono con i runori della natura. E che da scosse continue ad uno sguardo che ne resta contaminato prima e avvolto del tutto poi.

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