Nimic, il cortometraggio di Yorgos Lanthimos al Milano Film Festival

Nel cinema di Yorgos Lanthimos l’ambiente famigliare è sempre alterato, criticizzato, esposto nelle sue contraddizioni e riletto in chiave satirica. Il quotidiano, più in generale, diventa luogo di insana negoziazione con l’altro, di alienata (e alienante) lotta per la sopraffazione secondo regole inaccettabili per lo spettatore. È così già in Kinetta (2005), e più precisamente in Dogtooth (2009) e Alps (2011). Ma anche la recente trilogia anglofona porta avanti un discorso sulle relazioni umane in un contesto socialmente invalidante come quello di The Lobster (2015), di nuovo in ambito domestico con Il sacrificio del cervo sacro (2017) e poi persino tra le mura di una corte settecentesca ne La favorita (2018). I personaggi sono mossi da forze istintuali pre-etiche, del tutto assuefatti alla possibilità di dominio e perciò inevitabilmente alla continua ricerca di sé.

Nimic, cortometraggio presentato a Locarno lo scorso agosto e poi questa settimana al Milano Film Festival, prosegue su questa linea alzando ancora un po’ l’asticella nel patto del narratore col pubblico. Infatti, il regista greco si limita a 12 minuti di film e dopo aver accennato un’idea di intreccio lo lascia sospeso per dimostrare che tanto basta a capire i meccanismi di quell’universo. In metropolitana, un violoncellista professionista incontra una sconosciuta e da quel momento la sua vita cambierà radicalmente. Con l’aiuto di un sempre ispirato Matt Dillon, Lanthimos propone un formato agile e raffinato del suo stile, sfiorando l’esercizio ma riuscendo a tenere le fila del progetto grazie alla creazione di uno sfondo asettico e distopico e alla caratterizzazione di personaggi validi. Un thriller efficace ed elegante che intriga per la sua struttura e il suo inimitabile impianto visivo.

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