OMAGGIO A SAM PECKINPAH – Olivier Assayas ricorda il regista de Il Mucchio Selvaggio

Sam PeckinpahIn occasione del trentesimo anniversario della morte del grandissimo cineasta americano Sam Peckinpah (autore di capolavori come Il Mucchio Selvaggio, Pat Garret e Billy The Kid, Voglio la testa di Garcia) vi riproponiamo la trascrizione integrale dell'intervista a Olivier Assayas contenuta nel documentario Sam Peckinpah: un portrait realizzato da Umberto Berlenghini e Michelangelo Dalto.


Cos'è stato Sam Peckinpah nel cinema americano degli anni 60 e 70? Forse l'ultima esplosione di creatività del cinema americano?

Ovviamente questo è un periodo del cinema americano che mi ha molto segnato, perché l'impressione che ci rimane del cinema che ci ha più colpiti da adolescenti è quella più forte e incancellabile. Sono cresciuto in quegli anni ed è vero che all'epoca il cinema americano, il cinema indipendente americano era totalmente in linea con la musica, la poesia, la politica. Evidentemente in quell'epoca, in quel movimento, qualcuno come Sam Peckinpah occupava un posto unico, molto particolare. Evidentemente non me ne rendevo conto, assorbivo quei film, li ammiravo, ma in fondo senza cercare di collocarli sul piano storico. Ma quando a distanza di anni, si guarda indietro, si comprende che si tratta di un caso assai appassionante di cineasta che, in ultima analisi, viene dal passato dell'America, un personaggio le cui radici provengono dal paesaggio che filma, la cui cultura, la cui identità sono legati a questo paese, alla trasformazione di questo paese e in fondo è il prodotto moderno di un mondo dal quale era uscito prima di tutto il cinema americano classico. In altre parole, credo che si possa definire Peckinpah un classico trasposto nell'era moderna. E colui che l'ha segnato nel cinema, che gli ha fatto venire voglia di cimentarsi nel cinema è stato chiaramente John Ford. Quando inizia a fare cinema, già la sua aspirazione d'artista e il sistema sono ormai sfasati, non sono più sulla stessa linea, perché è semplicemente la fine del sistema dei grandi studios e i suoi grandi film è riuscito a farli in un contesto che era totalmente diverso, da un contesto che era giustamente quello esterno agli studi, che da quel momento sarebbe stato all'interno di una logica totalmente differente. Il cinema americano si inventava di nuovo, dunque Peckinpah è stato, con dei film che erano tutti in squilibrio, e in fondo è questo il suo genio, il suo talento, nell'avere contrastato una forma classica con un'intuizione moderna, con dei riflessi moderni. Quindi, questi film sono sempre stati sbilenchi, perché strattonati tra il classicismo e il cinema contemporaneo di cui è stato uno dei grandi inventori.

Olivier AssayasSam Peckinpah poteva essere regista solo in quegli anni, cioè non poteva essere un regista di un'altra epoca e ha quindi anche avuto la possibilità di uccidere il western

Sì. È evidente che arriva al crepuscolo del western ed è determinato da quell'epoca. Il suo cinema è abitato da personaggi malinconici, in tonalità nichiliste, crepuscolari. E certamente questo, in rapporto al genere, è legato a quell'epoca specifica. In fondo, è questo che dà ai suoi film quella profondità, quella grandezza, quella bellezza e anche la loro tristezza. E come tutti i grandi cineasti, Peckinpah è interamente dipendente dal suo tempo, è completamente attraversato dalle preoccupazioni di un'epoca. Credo che se qualcuno come Sam Peckinpah avesse fatto dei film in un altro momento, prima o dopo, sarebbero state delle opere completamente diverse. Oggi, guardando indietro, è sconcertante rendersi conto fino a che punto sia presente uno stile di libertà, di leggerezza, di una grande evidenza di modernità: ancor oggi possiamo coglierli appieno.

Secondo te il pubblico più adatto al cinema di Peckinpah è quello americano o quello europeo?

E' molto difficile a dirsi, anche perché alcuni film di Peckinpah sono stati dei grandi successi sul mercato americano e i loro meriti pienamente riconosciuti. Ma possiamo dire che la sua posizione, che era una posizione di rivolta nei confronti degli studi, cioè di qualcuno che è un'individualità, che entra in conflitto con un'industria che è pesante e soffocante, è sempre una figura alla quale in Europa, ammettiamolo, siamo per tradizione più sensibili, perché nella prospettiva europea, si vede bene ciò che il sistema degli studi può avere di convenzionale. È vero che se si ha una maggiore riflessione sul cinema, si è subito solidali con qualcuno che cerca di imporre una scrittura alla prima persona, un'aspirazione individuale e personale, in un contesto che appare chiaramente limitato, che sembra sempre più spingere verso la produzione di mere fotocopie di fotocopie.

Qual è oggi l'eredità oggi di Peckinpah sul cinema americano e in quello internazionale?

Questa è una domanda particolarmente difficile, perché ci troviamo in un'epoca completamente differente nel cinema e completamente differente dal punto di vista del rapporto con il territorio. È un punto su cui mi sono già soffermato, con articoli scritti molto tempo addietro, ma è un'idea alla quale credo molto, cioè il rapporto tra il cinema classico e il cinema moderno degli anni 70 con il territorio americano. In altre parole, non siamo nel cinema di fantasmi, d'invenzione, di proiezioni nello spazio, siamo in un cinema che è legato a una terra, che sia la fuga di Getaway, il vagabondare di Bring me the head of Alfredo Garcia, o i western, sono sempre dei film legati allo spazio dell'Ovest americano, che è anche lo spazio di Peckinpah. C'è un rapporto immediato e diretto con un paesaggio, una terra che sono i suoi. Ho l'impressione che nel cinema americano questa caratteristica sia andata progressivamente perduta. Non è una buona risposta alla sua domanda, in quanto cito un autore che non ha molto a che fare con Peckinpah, David Gordon Green. Nei suoi film si vede un rapporto con la natura, il paesaggio, qualcosa di più organico, a contatto con la terra. Qualità che non percepisco molto in altri cineasti che lavorano oggi nel cinema americano. Ce ne saranno certamente, ma non me ne viene in mente nessuno al momento.


Chi secondo lei ha influenzato Peckinpah?

Diciamo che..beh, c'è anche l'aspetto aneddotico delle cose. Personalmente, ho avuto la fortuna d'incontrare Peckinpah, che è una personalità che mi ha colpito e impressionato moltissimo, sul piano umano, l'ho trovato semplicemente magnifico. Lui si preoccupava del suo posto nella storia del cinema. È stato un incontro molto toccante, perché era già anziano, molto fragile, c'era qualcosa di molto commovente nel suo modo di muoversi, da uomo malato. Si considerava l'erede di John Ford, perché qualsiasi cosa avesse imparato, era stato Ford a trasmettergliela e aveva la sensazione di aver cercato di trasmetterlo a sua volta a Walther Hill, un cineasta un po' classicista, che tende a una scrittura un po' barocca, sempre più accentuata. Ritengo che agli inizi del lavoro di Walther Hill potevano esserci degli elementi derivati dall'opera di Peckinpah, ma non credo che si ritrovi più nell'opera di Hill. Certo, una sorta di pulsione importante, ma non ritengo, non percepisco Walther Hill come il successore o il discepolo di Sam Peckinpah. Forse in una certa crudezza nella rappresentazione della violenza, talvolta. Perché è qualcosa di molto importante che evidentemente Peckinpah ha portato.

Hai accennato al tuo incontro con Peckinpah. Com'era? Lui non aveva buoni rapporti con i giornalisti, i critici…Come ti ha accolto?

All'epoca ero un giornalista molto giovane: era la prima volta che mi recavo negli Stati Uniti. Si trattata di un numero speciale che i Cahiers du cinéma dedicavano a Hollywood. Così mi sono ritrovato a fare, non proprio il redattore capo, perché c'erano altri che si occupavano di quel versante, ma è pur sempre vero che il motore di quella iniziativa ero stato io, insieme a Bill Crowne che era il corrispondente americano dei Cahiers all'epoca. C'era quindi tutta una serie di cineasti americani che avevo grande desiderio di incontrare al mio arrivo negli Stati Uniti e certamente Sam Peckinpah era in cima alla lista. Avevo quindi insistito molto con Bill perché cercasse di organizzare un incontro con il regista. Era molto difficile perché non era ben disposto, credo fosse malato. Fisicamente appariva molto fragile, è questo che mi ha colpito molto. Finì poi per accettare, a condizione che lo incontrassimo per filmarlo, a Malibu su una terrazza sul mare, un luogo specifico di suo scelta. Arrivò accompagnato da un assistente, qualcuno che lavorava con lui. Ci fu anche un pasticcio, che all'epoca avevo trovato assai deprimente: Peckinpah aveva detto che voleva essere filmato in un punto preciso, su quella terrazza davanti all'oceano. Ci vedevo qualcosa di testamentario, ancora una volta ciò che mi ha veramente emozionato nel vederlo, è stata l'impressione di trovarmi davanti a un morto vivente. Dava l'idea di una persona molto stanca, esausta e che si trovava già immersa in uno sguardo retrospettivo non soltanto sulla sua opera, ma anche sulla sua vita. Era tutto molto toccante ed ebbi la netta sensazione che talvolta, mentre parlava, fosse sul punto di piangere, aveva le lacrime agli occhi. Quando ci ha fatto vedere dove voleva farsi riprendere, la troupe francese che era con noi, associata a questo progetto, insomma il tecnico del suono ha spiegato che era impossibile filmare lì, perché il suono delle onde e del vento avrebbero coperto le voci, che non andata bene per la registrazione. Ci trovavamo lì, proprio perché era il posto scelto da lui, ma il tizio fu irremovibile, quindi ci siamo ritrovati poco lontano a filmare Peckinpah seduto su una sorta di cubo di cemento con alle spalle dei cespugli, non ricordo nemmeno cosa fosse. Insomma, mi parve di una tristezza infinita. Io ero lì come giornalista e non potevo dire nulla. Comunque, c'era proprio l'impressione che Peckinpah avesse concesso eccezionalmente l'intervista, che non avesse davvero voglia di parlare di cose specifiche dei suoi film, di fare un'intervista giornalistica nel senso più convenzionale del termine. Aveva invece voglia di dire delle cose sul cinema, sul rapporto del cinema con la storia della sua famiglia, del ranch che aveva appena comprato insieme a Warren Oates – non ricordo se Warren Oates fosse già morto all'epoca oppure subito dopo – ma non importa perché rientrava tutto nell'atmosfera di Sam Peckinpah; come ho detto, era tutto molto crepuscolare. Ciò che mi ha colpito nel profondo, che mi è rimasto davvero impresso, più ancora dei suoi film, è la nobiltà della persona, c'era un'eleganza, una bellezza, un qualcosa di aristocratico nella personalità di Peckinpah, contemporaneamente così devastato nell'aspetto, che all'epoca credo mi colpì e mi segnò come nessun altro, pur avendo fatto davvero molte interviste con cineasti americani che apprezzavo e ammiravo, per il progetto dei Cahiers. La qualità dell'uomo e dell'artista era qualcosa di estremamente sorprendente e da quel momento non ho più rivisto i suoi film allo stesso modo di prima, perché credo che ci fosse qualcosa di quella profondità che avevo colto, di quella poesia, mi sembrava di essere davanti a qualcuno "abitato" da una visione poetica del cinema e successivamente l'ho sempre vista, o sentita vibrare attraverso i suoi film.

Lei è poi diventato regista. Molti registi hanno periodi fertili alternati a periodi meno fortunati. Peckinpah, dal '69 con Il Mucchio Selvaggio fino a Pat Garrett ha inanellato successi anche al botteghino. L'insuccesso successivo è dovuto all'abuso di alcool e droghe, oppure era comunque una situazione inevitabile? Una sua impressione da critico, ma anche da regista.

Non sono in grado di rispondere, se propendere per gli eccessi che da un lato facevano parte dell'epoca, ma anche molto legati alla sua personalità, oppure per il modo in cui l'epoca è cambiata. Ho l'impressione ed è molto toccante, anche guardando i suoi ultimi film, che in fondo – ho quasi l'impressione di ripetermi, ma è importante – che si tratti di un cineasta classico obbligato a confrontarsi con un contesto contemporaneo. E che in un dato momento, questi disequilibri, fertili e produttivi, siano stati completamente in sintonia con l'epoca, poi i tempi sono mutati, Hollywood si evolve, il cinema si evolve, e lui resta legato a un'idea, direi, arcaica del cinema e quest'idea arcaica produce dei capolavori, ma ho l'impressione che ci sia uno scostamento, che per una casualità, egli sia stato in sincronia con il pubblico e con uno sviluppo del cinema americano, ma nel momento in cui il cinema americano l'ha sorretto meno, così come l'epoca, la cultura americana, che attraversava un momento di riflusso, gli corrispondevano di meno, in quel momento lo iato tra il suo lavoro e le aspettative del pubblico e della produzione si è palesato maggiormente. Trovo che i suoi ultimi film continuino a essere molto belli, ma in effetti sono meno eclatanti, meno evidenti dei film che aveva fatto nel suo momento di gloria.

Può citare il suo film preferito di Peckinpah e perché?

Dovrei rivederlo, ma credo che Voglio la testa di Garcia sia quello che mi ha maggiormente impressionato. All'epoca, il film mi ha molto colpito; infatti ci penso regolarmente; è per questo forse che non l'ho rivisto da molto tempo. Ma in generale, quando si è colpiti profondamente da un film, non si rimane mai delusi nel rivederlo, perché vuol dire che ci sono delle buone ragioni per le quali si imprime nella memoria e nella mente. Non credo che ci siano dei film di Peckinpah che non mi piacciano, per una ragione o per l'altra. Tutti i suoi film sono permeati, "abitati" da qualcosa di profondo, ce ne sono di più o meno riusciti, ma trovo che non ce ne sia uno in cui non riesca a ritrovare ciò che amo delle sue opere. Getaway, che ho visto a 14 – 15 anni, è un film che adoravo, l'ho visto 2 o 3 volte, mi ha molto colpito, la stessa cosa per il Mucchio Selvaggio, sono film importanti, come Voglio la testa di Garcia. Ma se ce n'è uno con il quale ho un rapporto particolare è proprio quest'ultimo.