Oscar 2023 – Everything, Everything, Everything!

Per la prima volta nella storia vince un film di fantascienza. Un’edizione a senso unico che ha visto trionfare il multiverso dei Daniels e lasciato a mani vuote una manciata di film bellissimi.

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Sette Oscar contro quattro. Il Multiverso e la Guerra. Da una parte il trionfatore annunciato da tutto e tutti Everything Everywhere All At Once, dall’altra Niente di nuovo sul fronte occidentale che si è curiosamente portato a casa le stesse statuette (come numero e categoria) de La tigre e il dragone nel 2001. E quindi le infinite (im)possibilità degli universi paralleli come antidoto alla vita insoddisfacente degli immigrati asiatici in America e la merdosa realtà della guerra di trincea senza via d’uscita. Due proposte antitetiche quelle dei Daniels da una parte e del tedesco Edward Berger dall’altra. Due linee che disegnano anche due realtà distributive differenti ma emblematiche dei tempi che corrono: quella della casa di produzione cinematografica più rilevante degli ultimi anni, la A24, autentica trionfatrice non soltanto grazie ai sette riconoscimenti a Everything Everywhere ma anche alle due statuette vinte da The Whale, e Netflix che con il suo film forse meno atteso, prosegue l’incessante corteggiamento agli Academy già tracciato da Roma e The Irishman.

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La 95° edizione della notte degli Oscar è stata tutta qui, ma soprattutto nel trionfo, ampiamente annunciato, del film diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinerts, alla seconda prova dopo Swiss Army Man e una serie di videoclip candidati ai Grammy. Un film dai tanti spunti teorici, attentissimo alle multiplicity e alle “nuove” politiche delle minoranze, ma obiettivamente farraginoso e dal fiato corto. Un film che ha il pregio di essere “strano” e il limite di essere solo quello. Ecco, questo contenitore di link ipertestuali che rimandano fin troppo consapevolmente alle arti marziali di Hong Kong, a Wong Kar-wai, Carpenter e qualcosa di Michel Gondry si è portato via come uno tsunami qualsiasi altra possibilità di sguardo, messa in scena o narrativa.

È stata quindi fatta la storia? Beh a prescindere dalla narrazione sugli attori asiatici finalmente accolti nella comunità hollywoodiana che conta, Everything Everywhere All At Once è innanzitutto il primo film di fantascienza – perché di questo si tratta –  a vincere l’Oscar. Quello che in passato non era riuscito a Star Wars, Avatar e Gravity, è stato raggiunto da questo piccolo film semi-indipendente costato quasi venti milioni di dollari e capace di incassarne oltre cento. Il pubblico – tanto quello in sala quanto quello della “bolla” social –  è stato insieme alla critica americana il principale trascinatore di un hype che ha progressivamente lasciato le briciole a tutti i suoi rivali: un solo Oscar per il suono a Top Gun: Maverick, uno per gli effetti speciali ad Avatar – la via dell’acqua.  Nella differenza di ricezione tra Los Angeles e l’Europa comincia a vedersi anche un profondo divario tra differenti scuole di pensiero critiche e forse anche di pubblico. E così mentre nell’ultimo mese in Francia i Cahiers du cinéma lanciavano in copertina The Fabelmans di Steven Spielberg, negli Stati Uniti riviste come Variety o simili si focalizzavano sulle tante narrazioni “politiche” di Everything Everywhere e mai come in questa occasione si è avvertita una profonda scissione tra un modo di amare e vedere il cinema e un altro.

Si può discutere se, come scrive Simone Emiliani, il film dei Daniels avrà un’eredità cospicua e verrà ricordato come “uno dei film di cui si ragionerà in futuro come una delle tappe fondamentali del multiverso”. Si può discutere e discuteremo. Ma certo niente ci potrà convincere che zero statuette in totale (zero!) a film come The Fabelmans, Elvis, Gli spiriti dell’isola e Tàr abbiano un senso logico per chi ama il respiro, l’ipnosi e la necessità delle immagini e delle storie di quella “cosa” che un tempo chiamavamo cinema.

L’elenco completo dei premi

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