Top Gun: Maverick, di Joseph Kosinski

Il sequel del classico diretto da Tony Scott è un film sul superamento della morte e sulla sopravvivenza dell’uomo alla macchina. Pienamente inserito nella poetica immortale e spiritualista di Cruise.

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Solo ora mi rendo conto quanto il primo Top Gun – “sta al cinema americano degli anni ’80 come L’esorcista ai ’70” scrivevo dieci anni fa nell’omaggio a Tony Scott – sia sempre stato un film sulla morte. Pete Mitchell è circondato di lutti (padre, madre, compagno di volo) e la sua guida spericolata si configura come una via di mezzo tra l’istinto suicida e l’unico possibile canale per la via eterna, ovvero verso il mito (cinematografico). Questo sequel clone, totalmente inserito nella poetica new age/unbreakable del Tom Cruise scientologico, riparte sostanzialmente da qui. Da questa necessità di diventare divinità resistendo alla gravità della vita e alle cicatrici dei lutti (“Nonostante tutti i tuoi sforzi ti rifiuti di morire”). E quindi il titolo rimanda inevitabilmente a un nome proprio, che è quello dell’eroe protagonista entrato nell’immaginario collettivo e che non a caso significa “anticonformista, indipendente”, in perfetta sovrapposizione al Cruise attore, produttore, imprenditore, spiritualista.

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Il suo Pete Mitchell/Maverick è un pioniere dei cielo, un Icaro post-moderno che non ha paura di avvicinarsi troppo al sole o di salire troppo in alto. Anzi una delle figure più ricorrenti in questo Top Gun: Maverick diretto da Joseph Kosinski (Oblivion, Tron Legacy) è proprio l’ascensione verticale oltre ogni limite. All’inizio Cruise deve spingere al massimo il suo Stealth per sfidare la velocità del suono e raggiungere il limite di mach 10. Più avanti nelle esercitazioni della missione suicida per cui è stato chiamato dalla Top Gun per istruire i giovani piloti del futuro – tra questi c’è anche Rooster, il figlio di Goose, con tutti i conflitti psicologici e personali da superare nei confronti della figura paterna e di quella di Maverick – dovrà ancora una volta testare le capacità (sovra)umane, attraverso la verticalità e la velocità, andare oltre i confini di spazio-tempo in un’area superomistica da Mission:Impossible. Perché nonostante si guidino arei da milioni di dollari, sono le capacità individuali che nel mondo Top Gun fanno ancora la differenza, il “volare come nessuno ha mai finora finora”, in quella che diventa quasi una dichiarazione poetica sulla preminenza del fattore (super)umano nei confronti della tecnica.

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Ecco quindi che questo secondo capitolo è in qualche modo anche un film sul superamento della macchina. La lotta tra uomo e tecnologia e la necessità di risparmiare ancora del tempo prima che i droni, l’elettronica e la guerra virtuale soppiantino definitivamente il vecchio mondo. “La tua razza è destinata all’estinzione” dice Ed Harris a Cruise, “Non oggi!” risponde l’eroe. Che alla fine, ironicamente, per salvare la pelle sua e del figliastro dovrà rispolverare un oggetto analogico del passato, in quello che è contemporaneamente un omaggio a tutti i collezionisti (ricordate l’F14 Tomcat che tutti gli appassionati di modellini esibivano sulla scrivania dopo il 1986?) e dichiarazione teorica vintage. Dichiarazione che sin dai titoli di testa – con la ripresa integrale del tema musicale di Harold Faltermeyer – si fa esplicita, ripercorrendo soluzioni narrative e registiche del film di Tony Scott, alla cui memoria Top Gun: Maverick è dedicato. Del resto come l’immortalità ha bisogno della morte per definire se stessa, così i maverick di ieri e di oggi devono superare il lutto dei padri per diventare i nuovi dei del cielo.

 

Titolo originale: id.
Regia: Joseph Kosinski
Interpreti: Tom Cruise, Miles Teller, Jennifer Connelly, Val Kilmer, Jon Hamm, Glen Powell, Lewis Pullman, Ed Harris, Manny Jacinto, Jean Louisa Kelly
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 131′
Origine: USA, Cina 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
4 (16 voti)
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