"Out of Time", di Carl Franklin

Nel sussulto di un mèlo appena accennato, Denzel Washington accarezza i capelli della sua amante Ann, la bacia,  le porge una borsa con dentro una cifra impressionante di dollari. Gli occhi dell'uomo si sbagliano, cadono, fanno fatica rialzarsi, hanno già superato il confine della sicurezza e della stabilità, sono già oltre la vita e la morte, la paura e il tremore. Sono desideri totali e incondizionati, liberi e assoluti. Cosa può esserci di più bello di un cinema che sfiora la leggerezza delle cose che ci stanno intorno e la gravità di scelte autenticamente morali? Probabilmente nulla, e allora davanti al cinema di Carl Franklin (uno di quei registi che scambia spesso il cinema con la vita, regalandoci autentiche perle di grandezza) non ci resta che abbandonarci alla freschezza trasparente e chiara di uno sguardo totale. Out of time racchiude infatti nel microcosmo di Banyan Key (piccolo centro balneare della Florida) piccole nicchie visive e narrative che nascono in sordina, crescono lentamente per sedimentarsi poi nella bellezza struggente e malinconica di un cinema cosmico ed elettrizzante. Il dolly in caduta libera che spezza l'overture del racconto è già il segno dell'occhio goloso di Franklin: si parte dall'alto allora perché la sede più naturale e giusta del racconto è quella dell'orizzonte sconfinato del mare, quella del cielo anche, dell'immensa distesa di case e corpi che punteggiano la prospettiva. Poi si cade giù, ma non ci si dimentica da dove si proviene: la narrazione per il regista americano è un accessorio, un optional, un qualcosa in più. La bellezza si trova da un'altra parte, e Out of time teorizza, veloce e apparentemente sbrigativo, proprio questo fuoricampo da cui esce fuori una visione che non può far altro che perdersi, frequentando la deviazione e lo spaesamento, la svolta insomma, sempre e comunque. Out of time in questo senso si autodichiara corpo mutante, massa organica di pulsioni e sentimenti contrastanti, involucro di luce che racconta se stesso, alimentandosi di schizzi d'ombra e di schegge improvvise di luce, avviluppandosi poi in un'atmosfera che va dalla seduzione sternberghiana dell'inizio (la sequenza giocata tra Matt e Ann), all'ironia feroce di uno svolgimento depistante e sinuoso. Franklin non si dimentica delle sue celebri accelerazioni di ritmo (quelle di Qualcuno sta per morire, ma anche quelle presenti ne Il diavolo in blu), dei suoi cambi di registro, ma mostra di subire una fascinazione impulsiva e violenta nei confronti di un cinema vissuto sull'onda irrequieta del falso raccordo. Perché se è vero che il grandissimo Denzel Washington rappresenta l'anima crepuscolare e romantica del regista, è anche vero che tutto il resto è incastrato in labirinti fantasmatici sospesi a mezz'aria. Manca il ritorno audio, ma anche quello video, è come se Frankilin facesse definitivamente sua l'eredità del cinema americano degli anni Settanta, con quel gusto tipico per la dispersione e il nomadismo. Out of time allora racconta di un amore bello e impossibile, ma ancor di più di un incanto insistito e prolungato che consiste proprio nel mandare all'aria la storia, la logica, la consecutio. Persa e bruciata nella panoramica infuocata sul tramonto di Banyan Key.



 


Titolo originale: Out of time


Regia: Carl Franklin


Sceneggiatura: Dave Collard


Fotografia: Theo Van de Sande


Montaggio: Carol Kravetz Aykanian


Musiche: Graeme Revell


Scenografia: Paul Peters


Costumi: Sharen Davis


Interpreti: Denzel Washington (Matt Lee Whitlock), Alex Diaz Whitlock (Eva Mendes), Sanaa Lathan (Ann Meray Harrison), Dean Cain (Chris Harrison), John Billingsley (Chae), Robert Baker (Tony Dalton), Alex Carter (Cabot)


Produzione: Neal H. Moritz, Jesse B' Franklin per Original Film/Monarch Pictures


Distribuzione: Medusa


Durata: 105'


Origine: USA, 2004