Peter Pan, di P. J. Hogan

Hogan adotta la concretezza (e l'utilizzo di molti bambini non-professionisti procede in tal senso), il realismo dello straordinario, anche in inquadrature sovraccariche di elementi, colori e movimenti che la fotografia del Donald M. McAlpine di “Moulin Rouge” ben equilibra

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In un mondo come quello di Peter Pan la magia non ha risvolti mistici o sovrannaturali. E’ una questione di credere o meno nella matrice di esperienze visuali così fantasmagoriche e libere. Negare la fede nell’esistenza delle fate provoca la morte di una di esse mentre gridare in coro ripetutamente “Io ci credo!” può far resuscitare Trilly (una Ludivine Sagnier, già ambigua ninfetta in Swimming Pool di Ozon, in chiave di concentrato mimico da cinema muto). Appare quindi naturale che la strategia adottata nell’utilizzo di effetti visivi e d’animazione risulti fondante nell’applicare ad una trasposizione cinematografica la propria politica dello sguardo che non c’è. Si poteva puntare sull’ennesimo tripudio digitale di esibizione tecnica poco identificante o su una ludica riscoperta di un’estetica artigianale anni ’50 (è il caso del coccodrillo, giustamente differenziato, caricaturizzato, divinizzato, incarnazione di un Tempo vorace divoratore di sogni). Hogan adotta la concretezza (e l’utilizzo di molti bambini non-professionisti procede in tal senso), il realismo dello straordinario, anche in inquadrature sovraccariche di elementi, colori e movimenti che la fotografia del Donald M. McAlpine di Moulin Rouge ben equilibra. Il miracolo nel miracolo di un Peter Pan percepito come fenomeno normale, così che lo stupore possa accompagnare l’empatia senza annullarla, si rivelerà, questo è l’auspicio, faro guida per le produzioni future. Venti anni di attesa per il progetto pazientemente coltivato dalla produttrice Lucy Fisher non sono passati invano, anzi i progressi maturati dalla Industrial Light & Magic portano a ritenere che il momento giusto fosse proprio questo.

 

Dopo una versione muta con protagonista femminile, il Disney del ’53 e lo Spielberg di Hook, la prima versione carnale del folletto volante segue un canovaccio molto fedele ai libri di J. M. Barrie e parimenti omogeneo alle ossessioni di Hogan. Come ne Le nozze di Muriel, come ne Il matrimonio del mio migliore amico: il crocevia di una scelta che cambia una vita o la consolida (il passaggio o il non passaggio all’adolescenza di bambini più maturi e consapevoli nei loro percorsi di crescita rispetto agli adulti di una Londra edoardiana grigia e compassata o ai pirati capitanati da Uncino, speculari e dolenti: non a caso il Capitano e Mr. Darling erano e sono tuttora interpretati dallo stesso attore); lo scambio dei ruoli (il pirata studia Peter Pan per emularlo e sconfiggerlo, Wendy è la madre nell’Isola, Trilly ne soffre l’attrazione di Wendy, Mr. Darling è un goffo bambinone, il cane di casa è vestito da balia); le interrelazioni briose e puntigliosamente coreografate. Peter Pan è così un eroe coerente e consapevole, distante dal Robin Williams spielberghiano, antiyuppie regressivo e nostalgico. Cappa e spada, Errol Flynn, polvere magica… SuperPan: crederete che un bambino possa volare. “Ci credo! Ci credo!” (al cinema, ancora, di nuovo…)

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Titolo originale: Peter Pan

 

Regia: P.J. Hogan

 

Sceneggiatura: P.J. Hogan, Michael Goldenberg; tratta dalla pièce teatrale e dai libri di J.M. Barrie

 

Fotografia: Donald M. McAlpine

 

Montaggio: Garth Craven

 

Musiche: James Newton Howard

 

Scenografia: Roger Ford

 

Costumi: Janet Patterson

 

Effetti speciali visivi e animazioni: Industrial Light & Magic

 

Interpreti: Jason Isaacs (Mr. Darling/Capitano Uncino), Jeremy Sumpter (Peter Pan), Rachel Hurd-Wood (Wendy), Lynn Redgrave (Zia Millicent), Richard Briers (Spugna), Olivia Williams (Mrs. Darling), Harry Newell (John Darling), Freddie Popplewell (Michael Darling), Ludivine Sagnier (Trilly)

 

Produzione: Douglas Wick-Lucy Fisher/Allied Stars

 

Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia

 

Durata: 117′

 

Origine: Usa, 2003

 

 

 

 

 

 

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