Franco Maresco a Sentieri Selvaggi

In occasione della premiazione a “La mafia non è più quella di una volta” Franco Maresco ci ha raccontato dell’altra grande malattia dei nostri tempi: la smemoratezza. Ecco il VIDEO

Forse sarebbe ora di archiviare Marshall McLuhan o quantomeno demolire la monoliticità della sua massima più famosa e capire che in questo anno pandemico 2020, in cui l’unica socialità permessa è quella del virtuale, “il medium (non) è il messaggio“. Ne è prova la chiacchierata che abbiamo avuto con Franco Maresco venerdì 13 novembre in diretta su facebook.com/sentieriselvaggi in occasione della premiazione del suo La mafia non è più quella di una volta premiato dalla redazione di SentieriSelvaggi come miglior film italiano della stagione 2019/2020. Perché nonostante la forzata distanza e l’utilizzo di una piattaforma proprietaria, l’intervento del regista siciliano è stato densissimo di spunti innervati al reale, occasione innanzitutto di tirare le somme alla vicenda produttiva che ha angariato la sua ultima fatica ma anche per un discorso generale incentrato sull’importanza (perduta) del concetto di memoria. Grato per “questa piccola ma grande soddisfazione in questo anno di merda“, Franco Maresco parte proprio dalla rivendicata mancata visita quest’anno all’albero della memoria di Paolo Falcone e Giovanni Borsellino – scena che apriva e chiudeva il film da noi premiato – per marcare la differenza tra quella che è diventata una celebrazione da “sagra della porchetta” e l’invece pubblica “smemoratezza, vero male dei nostri tempi che per mutuare un’espressione ricorrente negli ultimi anni ha avuto un andamento esponenziale“. Da troppo tempo ormai si è persa la capacità di capitalizzare sulle esperienze vissute, di fare tesoro dei drammi esperiti perché “si vive con la memoria di un moscerino, di quegli animali che hanno memoria brevissima“. Concentrati sul contingente come siamo, come dimostra questa seconda ondata che ci ha trovato sanitariamente impreparati nonostante il lockdown di Marzo e Aprile, la smemoratezza sui fatti mafiosi che permettono il secolare suo persistere è fenomeno antico, sin dai tempi del brigantaggio vissuto dalle popolazioni siciliane di allora come eroica sollevazione contro la restaurazione borbonica. In particolare “io avevo già affrontato il tema della dimenticanza con Belluscone” – rivendica quasi stancamente Maresco, conscio di essere rimasto il solo nel nostro cinema a farlo con tale lucidità – “dato che nessuno si scandalizza più da molti anni. Quando la situazione era molto più drammatica la non-memoria non era ammessa. Adesso invece mafia e antimafia si sono confuse. Si è assistito ad una spettacolarizzazione che dai tempi del Maurizio Costanzo Show (il riferimento è alla celebre scena della maglietta bruciata in diretta tv dal popolare presentatore. NdA) ha amalgamato tutto“. La mente va allora alla denuncia operata da Guy Debord nel suo seminale La società dello spettacolo in cui venivano segnalate le strategie che la società delle immagini opera coscientemente per rafforzare i rapporti di produzione vigenti. Nel caso specifico basti pensare a uno dei generi preponderanti del circuito audiovisivo degli ultimi anni, il crime di stampo mafioso che da Gomorra a Il capo dei capi opera su un livello superficiale della questione accontentandosi soltanto dei suoi risvolti narrativi piuttosto che di una seria indagine socio-politica.

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E sorprendente da questo punto di vista risulta l’annuncio del regista palermitano di voler indagare a suo modo proprio questo filone accostandolo, nella solita corrosiva maniera, all’iniziativa “I neomelodici per Falcone e Borsellino” operata dall’impresario Ciccio Mira in La mafia non è più quella di una volta. A proposito della vicenda produttiva del film, Maresco lascia perdere i toni battaglieri della conferenza stampa indetta con Antonio Ingroia e Letizia Battaglia a favore di un’amarezza meno cupa del solito ma altrettanto sconfortante. Pur avendo trovato distribuzione streaming sulla piattaforma MioCinema – a proposito, vi si trovano anche i suoi lungometraggi meno conosciuti che meritano un doveroso recupero – La mafia non è più quella di una volta continua ad essere ostaggio dei dirigenti di RaiCinema che sembrano “più realisti del re” dato che hanno tolto il logo produttivo al film sulla base di un presunto vilipendio alla famiglia Mattarella riscontrabile nella scena finale: “Questo per me è un anno di piccole delusioni, di piccoli tradimenti. Che un produttore non dica una parola, non difenda il suo film mi lascia perplesso. Mi rattrista ancora essere stato vittima della censura della più grande azienda culturale italiana che ha violato l’articolo 21 della Costituzione“. In fondo, la vera radicalizzazione del film è invece stato il definitivo “disinteresse estetico” che traversando già Belluscone qui trova il suo acme. Se ai tempi del sodalizio con Ciprì Bertolucci chiamava affettuosamente i due autori palermitani come “i manieristi di Sicilia” adesso Maresco ha un rapporto con la tecnologia più nichilista. Le schegge impazzite di Cinico Tv trovavano forza proprio per il loro carattere piratesco che all’interno dei paludati palinsesti Rai in prime-time portava invece tutto il suo catartico carico di brutalità e rozzezza. Pur recuperabili su Youtube dalle nuovi generazioni, questi frammenti hanno perso quel fascino sovversivo dato che sono decontestualizzati. Ma il lavoro sull’archivio ha portato anche a recuperi straordinari, come avvenuto ad esempio per il caso delle 10 ore girate sull’isola di Lipari nel 2001 da Franco Maresco alla prima edizione de Il vento del cinema, festival/jam session tra cinema e filosofia, diretta da Enrico Ghezzi e riproposte recentemente da Fuori Orario. Qui i toni del regista si fanno più morbidi, quasi nostalgici per il ricordo di quei tempi analogici e di quel “passato epico” come lo chiama, in cui dovevi stare attento a non far sfaldare i supporti fisici su cui lavoravi. Pur all’interno di “una visione distratta, multi-tutto, della saturazione operata da Internet e della relativa perdita della verginità dello sguardo” è allora ancora possibile trovare angoli visuali ricolmi di sensibilità dal quale continuare a guardare il mondo. Ed allora ci permettiamo per una volta di non essere d’accordo col congenito pessimismo di Franco Maresco sulla possibile prosecuzione del suo cinema, destinato alla morte perché darwiniamente incapace di adattarsi all’esistente. Se, come ammette lui stesso, “nonostante tutto, a volte, sono contento di alcune cose che ho fatto“, noi invece non ci stancheremo di pensare sempre come Franco Scaldati nel vertiginoso Gli uomini di questa città io non li conosco che “la bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. È qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questa è il grande splendore dell’esistenza“.

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