#Venezia72 – Franco Scaldati visto da Franco Maresco

Ammettiamo che basti una parola per definire il teatro di Franco Scaldati. E, in controluce, il cinema di Maresco. Davvero, per quanto ci sforzassimo, per quanto stessimo qui a spremerci le meningi, non riusciremmo a trovarla. Ne occorrerebbero almeno due. Marginalità e centralità… Marginalità rispetto agli apparati produttivi e di fruizione, quelli “professionali”, rispetto alle istituzioni culturali, quelle del culo. Centralità rispetto alle urgenze dei luoghi e dei tempi, a un discorso umano, morale, artistico. Ma sono pur sempre due parole con cui non riusciremmo a definire, a chiudere i punti e far quadrare il cerchio. La circonferenza rimarrebbe approssimativa. Figuriamoci l’interno. Anche perché, sia chiaro, da testardi profani del teatro (qualcuno prova ancora a farci cambiare idea), dell’opera e dell’arte di Franco Scaldati sappiamo ben poco. Più o meno quanto quel pubblico che affolla i bei foyer e le platee importanti, invocando Stefano Accorsi.

 

gli uomini2Maresco con Gli uomini di questa città io non li conosco prova a colmare le nostre lacune, ripercorrendo la vita e il lavoro di Scaldati con la correttezza di un filologo. Raccogliendo i materiali, i contributi, i repertori, le performance, persino i discorsi più intimi dell’amico (scomparso nel 2013). Un’opera scientifica, quasi, che parte dalla biografia per tentare di arrivare al nucleo di una poetica, al senso politico ed emotivo di una pratica autoriale e attoriale di rottura, certo, ma sempre nutrita di una riflessione esistenziale al tempo stesso amara e sublime. Un’arte, quella di Scaldati, che a volte tende ad arrivare all’astrazione della purezza del gesto e della parola, quasi svincolati dai loro sensi più immediati. Ma ha pur sempre le radici e lo sguardo sulla terra, sulla città, i quartieri difficili e disastrati, sui percorsi più tangenziali, sulla violenza e la bellezza dei rapporti umani, sulla verità degli ultimi, costruita a partire dal dialetto palermitano, quello profondo, “vero”, quello degli ultimi, una lingua che si scioglie quasi nel non senso di un ritmo proveniente da un’altra dimensione. Ecco, inevitabilmente, ripercorrendo gli anni, emerge l’altra grande protagonista, Palermo, con le sue strade, i suoi personaggi, i volti, le sue eterne macerie postatomiche. Le immagini raccolte da Maresco ne ripercorrono la storia, quella visibile e quella oscura, ma soprattutto sembrano raccontarne il ritmo “biologico” profondo, che oscilla tra un respiro umanissimo e l’asfissia di una strategia agghiacciante. In rapporto ai percorsi di Palermo, quelli di Scaldati assumono così un senso che va al di là del teatro, legandosi a filo doppio con la vita della città, le sue trasformazioni e le sue tragedie. Ed è proprio in questo gioco di adesioni e rotture, che si vede l’intervento profondo di Maresco, la sua capacità connettere le vicende di un singolo a quelle di un’intera comunità. Non solo un lavoro di contestualizzazione, ma, una vera e propria posizione morale, che, ancora una volta, isola le voci e individua le luci nell’indistinta nebbia di oggi. Scaldati emerge dal buio, proprio come quando offre i suoi versi alle inquadrature di Maresco. Quasi fosse una specie di epifania, di anima svelatrice risorta dalle viscere di un sottosuolo di morte. Tutta la sua vicenda assume il valore di un’umanità residuale e resistente, di una forza pura che riattiva le energie sepolte del contesto. E dona bellezza purissima, anche nelle incredibili e dolorose litigate a suon di calci in culo e sputazzate con Gaspare Cucinella, il fedele compagno di avventure di Scaldati.

 

gli uomini3Maresco compie il suo omaggio commosso e sincero a un amico e a un maestro. Ma soprattutto, come già in Io sono in Tony Scott, più che un ritratto, compie una scultura, facendo riemergere la figura umana dalla materia informe. Il suo cinema sembra essersi liberato di ciò che lo risucchiava nel gorgo. Ha riscoperto le scintille di una vitalità che sembrava sepolta nella disperazione. E l’orgoglio di riaffermarle.

“La bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. È qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questa è il grande splendore dell’esistenza.” (Franco Scaldati)