#RomaFF12 – My friend Dahmer, di Marc Meyers

L’aspetto più interessante e inedito di questo ritratto di serial-killer da giovane non è tanto nella curiosità pruriginosa dell’operazione Il mostro di Milwakee – Le origini (seppure in qualche punto l’immensa desolazione familiare e i primi esperimenti di crudeltà verso gli animali avvicinino a sprazzi il film di Meyers alla director’s cut del primo Halloween di Rob Zombie), quanto la prospettiva inaspettata dell’amico che nel raccontare la storia si assume senza remore la responsabilità di aver contribuito, con l’incoscienza e l’attitudine goliardica proprie dell’adolescenza, a costruire la personalità deviata dell’assassino seriale.
My friend Dahmer è infatti tratto dalla graphic novel in cui John “Derf” Backderf rievoca i giorni dell’high school passati a trasformare il compagno di classe Jeffrey Dahmer nello zimbello della scuola, nel fenomeno da baraccone da lanciare provocatoriamente contro istituzioni e simboli del buon senso di provincia. Derf e il suo “club” di amici si divertono ad indirizzare le buffonate architettate da Dahmer per attirare su di sé l’attenzione e l’approvazione del gruppo verso azioni di sabotaggio nei confronti del mondo degli adulti, e fingono di ignorare quello che anche solo con la coda dell’occhio è difficile non notare, ovvero che Jeff è particolarmente attratto dalla morte, e dal perseguire la sua curiosità di poter osservare ossa e interiora di cadaveri di ogni specie, che a casa sua le cose non vanno proprio in maniera pacifica tra i genitori, e che anche la sua sessualità ha qualcosa che il ragazzo sembra voler tenere repressa annegandola in una progressiva dipendenza dall’alcool.
Diventare popolare anche se autoumiliandosi in pubblico, sarà per Dahmer la spinta decisiva verso l’istinto omicida: il “vero” Jeffrey si macchierà di 17 omicidi tra il 1978 e il 1991, quando verrà finalmente arrestato. I corpi delle vittime erano spesso smembrati e le ossa venivano meticolosamente conservate, con frequenti episodi di necrofilia e cannibalismo.

Difficile non tirare in ballo Gus Van Sant in un apparato del genere, tra i corridoi della sociopatia scolastica e i boschi autunnali dell’Ohio, figure ricurve di teenager che covano liberazioni nel sangue, e armamentario vintage nel look e nelle musicassette che Derf spara nella sua macchina, con il meglio del punk e della no wave di fine anni ’70 – ma Meyers mantiene in ogni caso un equilibrio sorprendente tra le necessità del based on a true story e i passaggi inevitabili del canone, il suo film non ha l’ambizione autoriale di un’altra opera vicina come We need to talk about Kevin ma dimostra la propria sincerità ad ogni sequenza, forte soprattutto di un lavoro sul cast eccezionale, dalle caratterizzazioni degli adulti fino a tutti i coetanei di Jeffrey (straordinari soprattutto Alex Wolff nel ruolo di Derf e la ritrovata Anne Heche in quello della madre).
Ma il colpo di coda più clamoroso è la popstar di Disney Channel Ross Lynch scelta per incarnare il giovane Dahmer: il frontman della boyband R5 fa slittare così la sua icona di innocenza verso l’oscurità del Male con un effetto-shock sul pubblico americano che si rivela un’intuizione “mostruosamente” funzionale, e una scintilla di immaginario incrociato acutissima.