#RomaFF12 – Nadie nos mira, di Julia Solomoff

julia Solomoff racconta la crisi personale e lavorativa del protagonista Nico con un occhio che ammicca al like social. Poco spazio al sentire, relegato a qualche scena strappata. In concorso.

Il prodotto di Julia Solomonoff è un caso, frequente, di titolo più rappresentativo del contenuto; Nadie nos mira (Nobody’s watching, internazionalmente): gioco d’ambiguità col verbo mirar e il corrispettivo anglosassone, guardare per poi focalizzarsi e prendersi cura, non a caso un semplice preposizione come over vi aggiunge il significato di “vegliare”. Nico è un attore argentino. Scappa da Buenos Aires nonostante la soap di cui è protagonista vada a gonfie vele. Si rifugia a New York City, arrabattandosi fra servizio ai tavoli e babysitting per il figlio di un’amica. Cerca la ribalta made in USA, possibile per la voga dei Latini, ma è troppo biondo, quindi più adatto a ruoli da bianco, eppure l’accento a tagliargli le gambe. Tornare in patria è fuori discussione, perché Martin, produttore e fantomatico cugino, lo imbriglierebbe di nuovo in un rapporto a cinque: loro due, moglie e pargoletta. Girovagare per la Grande Mela, un po’ ladruncolo, un po’ custode, uno Zelig alleniano instancabile, gli consente di perpetrare una soluzione fantasmatica: nell’armadio c’è il rigirarsi fra le lenzuola, quindi la memoria del contatto con Martin, i giorni da star, per fortuna non ridicolizzati, quindi la sensazione di essere stato visto, non solo dalla madre, l’unica che perfino in connessione Skype sembra strizzare gli occhi per appropriarsi della sua immagine. Ma Solomonoff, impaurita dalla sottigliezza, ce lo mostra disfatto, verso l’epilogo, specchiato in una vetrina, solo allora in grado di vedersi, e guardarsi, esausto della sua stessa incuria.

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Accantonando il tema dell’immigrazione, la Green Card, l’ambientamento sfociabile in alienazione, la regista vuole che il percorso di rinascita avvenga poco disturbato. Nico è sorridente, il tipo da “pacca sulla spalla”, affettuoso con il bimbo che accudisce, i cui genitori sono i malvagi del “dimmi cosa fai e ti dirò chi sei” stile UNadie-nos-mira-2SA, qui concediamoci uno schiocco di lingua, e si accontenta dell’arte di arrangiarsi, non vuole tornare dove gli unici occhi di cui domandava attenzione avevano/hanno le palpebre calate. Però la renaissance di Solomonoff è da pollice in su, una composizione tanto Instagram, prati, alberi autunnali corrispondenti al movimento interno, bambini alla Anne Geddes nel parco, che il turbamento, come la gioia del poco sono oscurati dalla pretesa di quanti più follower possibile. Solomonoff sembra giocarci, sia chiaro: c’è una mini gag in cui l’amico in visita scambia la ricerca di qualcosa per una smania di più “mi piace”; caso o lucidità? Chissà.

Titolo, narrativa, tutto poco originale e dimenticabile, ma il merito della regista, anche collaboratrice alla sceneggnadienosmira004iatura, è un altro. Esistono due scene, legate a doppio nodo: un fugace ritorno di fiamma degli amanti nel bagno dell’aeroporto, e poco dopo Nico seduto su una scogliera intento ad annusarsi le mani. Alla gogna l’ossessione, l’incapacità di tirare avanti perché infestati. La memoria è estraibile, manipolabile, possiamo aggiungerci  particolari, imbellettarla, insomma confonderci in una realtà quanto più prossima al sogno ad occhi aperti. La sensazione, la maledetta, vive per conto proprio. Si presenta nel giorno e nell’ora che preferisce e quando è fresca persiste, come un contagio si diffonde e nel delirio di una malattia ci strappa dal reale addirittura con più forza, mostrandoci l’inimmaginabile. L’odore di Martin è doloroso, come un morbo, ma è causa di pienezza, di quel tutt’uno con il corpo di cui non siamo mai stanchi. Nico prova a trattenerlo, sniffa le dite col vigore di un tossico e ci dà, per la prima volta, il barlume di qualcosa che va oltre la posa da scatto. Dispiace non aver visto un’immersione, non per forza sofferente, nella crucialità del sentire. Solo in quei minuti, dimentichiamoci l’epilogo, scorgiamo l’aspetto, più o meno integro, di chi abbiamo di fronte.

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