#RomaFF13 – Daughters of the Sexual Revolution: The Untold Story of the Dallas Cowboys Cheerleaders, di Dana Adam Shapiro

Il documentario racconta che siano le coccarde della squadra di Football o le etichette della controcultura, ogni tipo di definizione sovrastrutturale limita l’espressione umana di ciascun individuo

Possono essere le ragazze seminude che ondeggiano durante i time-out delle partite di Football delle icone della rivoluzione sessuale, contraddicendo gran parte della letteratura femminista dell’epoca che le riteneva schiave del desiderio maschile? Con questa domanda aperta Dana Adam Shapiro (Murderball, Monogamy) si è immerso in ore di materiale video, tra allenamenti estenuanti, spettacoli durante gli intervalli delle partite e comparsate televisive, andando a cercare le ormai cresciute ragazze che durante i sognanti anni ‘70 avevano fatto innamorare una nazione. Il documentario di Shapiro cerca di andare oltre l’iconografia delle cheerleader, sotto i lustrini della divisa e il platino delle acconciature, per scoprire le storie personali delle ragazze che per una stagione hanno incarnato la trasformazione dei costumi dell’America più pura. Siamo in piena Bible Belt, la fascia che comprende gli Stati del Sud legati alla confessione Battista o Evangelica, gli ultimi a resistere all’ondata di liberazione sessuale che dagli anni sessanta aveva travolto tutto il mondo occidentale. Più precisamente nella Dallas ancora sotto shock dopo l’omicidio di John Kennedy, dove l’allora General Manager dei Cowboys, Tex Schramm, ha intuizione di trasformare le ginnaste della YMCA locale in scollate pin-up con hotpants così corti da essere visibili da qualsiasi angolo dello stadio.

La divisa, confezionata con sartoriale precisione per rivelare tutto senza far vedere niente, diventa un fenomeno nazionale e affianca per popolarità la squadra di Football. Le 36 ragazze che formano il selezionatissimo corpo di ballo non allietano solo gli avventori nei tempi morti delle partite, ma viaggiano per tutto il continente americano, posano per calendari, appaiano in Love Boat, firmano un ABC Sunday Night Movie tutto loro fino a volare oltreoceano per sostenere i soldati statunitensi impegnati in missione. Dietro a questa operazione si staglia la figura sottile ma inflessibile di Suzanne Mitchell, un po’ Linda Hamilton, un po’ Anne Wintour, ma soprattutto la madre per tutte queste ragazze. Le sue interviste costituiscono l’ossatura del documentario e lo aiutano a muoversi nei vari blocchi tematici dai quali è composto. In particolare la sua prospettiva garantisce il dietro le quinte della storia delle Dallas Cowboys Cheerleaders, con storie ed immagini che ci restituiscono delle ragazze oltre il lustrini della divisa. E su questo aspetto umano, fatto di prove serali dopo il lavoro, voli intercontinentali in Corea o Israele, mettere semplicemente insieme il pranzo con la cena e pagare l’affitto (ognuna di loro prendeva dall’organizzazione dei Cowboys solo 15 dollari per ogni gara) si fonda il documentario di Shapiro. La questione sessuale, se e davvero queste giovani donne del Texas hanno contribuito a trasformare uno degli Stati più retrogradi dell’Unione in un luogo moderno, nel quale le donne possono emanciparsi anche grazie ad un paio di shorts, non è veramente cavalcata da Shapiro. Anzi alla fine cercando una risposta alla domanda che ci siamo fatti inizialmente capiamo come, che siano le coccarde di una squadra di Football o le etichette della controcultura, ogni tipo di definizione sovrastrutturale limita l’espressione umana di ciascun individuo. Che è poi la cosa che conta di più.

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