RomaFictionFest 2009 – "In sickness and in health", di John Landis (Fear Itself)

john landis sul set di in sickness and in healthNon si è mai veramente in due – o soli (o soli in due), nel cinema di John Landis: gran parte della sua filmografia può essere letta come uno strepitoso monumento alla folla che ci portiamo dietro e dentro. Guardandoci alle spalle, la stanza sembra sempre intasata di persone. E hanno sempre degli sguardi addosso anche i due neo-sposi protagonisti di questo In sickness and in health, episodio diretto da Landis per la serie Fear Itself di Mick Garris, che ha in pratica preso il posto dei Masters of Horror (programma per cui Landis ha diretto gli ottimi Deer Woman e Family) traslocando di emittente televisiva. Landis addobba l’hitchcockiana sceneggiatura di Victor Salva (regista e autore dei due Jeepers Creepers) di una quantità di statue e quadri di santi che sostanzialmente riempiono ogni inquadratura di questa vicenda che si svolge quasi totalmente tra le mura di una grande chiesa – oltre agli occhi dei due inquietanti zii gemelli (Marshall Bell, vecchio compare di Landis), del sacerdote che sembra un po’ sordo ma quando vuole ci sente benissimo (William Davis, il leggendario Uomo-Che-Fuma di X-Files), e delle due amiche impiccione, la sposa Sammy (Maggie Lawson) sembra continuamente spiata e seguita a vista dalle numerosissime icone che riempiono la cappella in cui sta per convolare a nozze con Carlos (James Roday, il protagonista del serial Psych di cui Landis ha diretto tre episodi negli ultimi tre anni). Solo che, pochi minuti prima della cerimonia, le viene recapitato un biglietto anonimo in cui le viene rivelato che la persona che sta per sposare è in realtà un pericoloso serial killer! Da qui una serie di irresistibili tocchi da maestro in cui ogni eco per le scale, ogni sfumatura un po’ imprevista nel comportamento di Carlos, e una serie di frasi smozzicate dai parenti sulla misteriosa fine dei genitori del ragazzo, diventano per Sammy le acuminate lame nel cuore di un incubo sempre più asfissiante. Sino alla rivelazione finale, come si conviene svelata nell’angusto abitacolo di un confessionale. Un inaspettato e beffardo rovesciamento di prospettiva con cui Landis ci ricorda ancora una volta dell’impossibilità di un doppio perfetto, di un due che possa bastare a se stesso, che non sia in realtà multiplo e moltiplicato infinite volte, tante quante sono le versioni possibili di ogni maschera (persona) di verità definitiva.