SERIE TV – "Sons of Anarchy", di Kurt Sutter

sonsCharming, California, non è una cittadina come le altre. Pur essendoci la solita Main Street, che divide il paese ed è il suo fulcro centrale, la parrocchia battista, l’ufficio dello sceriffo e perfino Walmart, non si può dire di trovarsi davvero negli Stati Uniti d'America. La differenza grossa dal resto del Paese, infatti, è che in questa piccola frazione assolata non vigono le leggi di una democrazia occidentale quanto piuttosto quelle di un vero e proprio regno medioevale, con a capo tanto di famiglia reale. E’ questo che sono in realtà i Sons of Anarchy, club motociclistico californiano nato negli anni sessanta per volere del leggendario e saggio John Teller, e comandato oggi dallo spietato presidente Clay Morrow (Ron Perlman), da sua moglie, la regina madre Gemma Teller (Katey Segal) e dal suo figlio di primo letto,il principe ereditario Jax (Charlie Hunnam), vicepresidente e figlio del padre fondatore. Partiti, almeno nelle intensioni di John, come una risposta libertaria e appunto anarchica, alla Easy rider di Hopper per intenderci, i Sons, dopo la morte (misteriosa) del proprio primo presidente, sono diventati col passare del tempo un'associazione a delinquere orientata all’estorsione, il ricatto, l’omicidio e soprattutto al contrabbando di armi.

L'idea di raccontare questo particolare mondo su due ruote, Kurt Sutter l'aveva già da diverso tempo. Una volta diventato orfano di The Shield, la fortunata serie incentrata sui traffici di un gruppo di poliziotti corrotti di cui era uno dei principali autori, lo scrittore ha deciso di realizzare i suoi sogni e dedicarsi anima e corpo alle avventure di questa particolare famiglia criminale, non troppo diversa dai mafiosi Soprano o, addirittura, dai fantastici Lannister di Games of Thrones.
Le intenzioni di Sutter, infatti, sono abbastanza chiare: realizzare un’opera che, seguendo la moda di questi ultimi anni, vedesse al centro un gruppo di criminali spietati, i quali, innalzati ad eroi, combattono contro tutori della legge abietti (ne è un esempio la terribile agente federale Stahl) e “mostri” ben peggiori di loro (nelle tre serie presentate in Italia, si può rintracciare una escalation della tipologia dei villains che passano dai semplici club rivali, ai nazionalisti ariani, fino ad arrivare ai terroristi deviati della Real Ira). L’enfatizzazione dell’epos criminale e l’empatia, per  non dire vera e propria partecipazione emotiva, nei confronti di personaggi gretti, dediti alle peggiori nefandezze, è dovuta principalmente alla penna degli autori e alla bravura del cast, composto da attori dal perfetto aspetto borderline (le cicatrici di Tommy Flanagan, i tatuaggi di Kim Coates, i muscoli di Ron Perlman etc) ma dalle incredibili capacità recitative. Ogni membro dei Sons, infatti, nonostante sia uno spietato assassino, compie ogni azione solo per la propria famiglia, non importa se quella biologica o quella motociclistica visto che spesso i confini si confondono.
 
Nell'ottica del racconto familiare si possono riconoscere bene i ruoli di tutti, dai tre personaggi principali, Padre Madre e Figlio primogenito, a tutti gli altri, identificabili con un stuolo di fratelli (non bisogna guardare l’età) e sorelle tutti dediti all’unico obiettivo di fare il bene del Club.  Questa'idea narrativa di mostrare questo gruppo di rudi motociclisti in questo modo è di per se interessante ma Sutter, da quello scrittore intelligente che è, sa bene che in ogni famiglia che si rispetti, specie se impegnata in particolari business, il tempo logora i rapporti, i figli vogliono soppiantare i padri e anche i grandi amori si esauriscono. Cosi piuttosto che abbracciare un modo borghese e “americano” (American Beauty, la serie Brothers and Sisters) di analizzare questi conflitti si ricorre ad uno stratagemma quanto mai efficace, ovvero quello di rivolgersi e farsi ispirare da Shakespeare e la sua opera.
 
Nella grande febbre di innovazione che ha colpito in questi anni molti sceneggiatori statunitensi, ci si è spinti veramente oltre, sacrificando la linearità di una storia al proprio ego narrativo (Lost e i suoi epigoni ne sono un esempio). Cosi facendo ci si è dimenticati che spesso, per rispettare il pubblico, basta guardare alle radici delle nostre culture e ritornare agli archetipi già usati nei classici e, soprattutto, nel teatro di Shakespeare. Questo ritorno alle origini della narrazione, in un mare di presunti Magi di Oz della sceneggiatura (facciamo dei nomi, Damon Lindelof), è un atto rivoluzionario, il migliore per coinvolgere lo spettatore. Sutter ne è ben consapevole e quindi, Amleto,suo zio Claudio, Lady Macbeth, Lear e Riccardo II si palesano sul piccolo schermo, nascosti dietro i tatuaggi e in sella a delle Harley Davidson, donando a Sons of Anarchy la statura di una vera e propria tragedia classica.