SPECIALE "IL CARTAIO" – Pensare la vita, mostrare la morte

Siamo lontani dall'Argento che stilizzava le forme della violenza in una coreografia libera e colorata: nel "Il Cartaio", il regista rivendica la maturità di chi non vuole più inseguire il pubblico, ma intende continuare a esplorare nuove derive, soffermandosi sulla sostanza della vita

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Ha ragione chi pone sempre l'accento sulla diversità dell'ultimo Argento rispetto a quello degli esordi. Ha ragione, eppure anche torto. Perché è vero che un film come Il cartaio ha poco di "argentiano", se con questo termine intendiamo la sovrastruttura fatta di splatter e omicidi virtuosistici che per alcuni costituisce il suo marchio di fabbrica. Da questo punto di vista era invece Non ho sonno (film accusato di essere un reperto anni Settanta ormai fuori tempo rispetto al presente) a costituire il ritorno alle origini tanto invocato, che il regista aveva voluto elargire al suo pubblico.


Ecco, è tutto qui il problema: il pubblico. Questa massa informe che troppo spesso cristallizza l'essenza di un autore in una coazione a ripetere di gesti/forme/colori, mummificandola e privandola di ogni anelito di vita. Quella stessa vita che – paradossalmente, trattandosi di un thriller – permea invece le pieghe del Cartaio e sulla quale non a caso il film si chiude. Perché, se Non ho sonno era la pellicola del tempo che si attorciglia su se stesso, ripiegandosi e ritrovandosi stilisticamente nel confortante passato, ci sembra decisamente che la sedicesima fatica del regista romano assuma le tonalità di un progetto più personale e intimo. Un film calato felicemente nella contemporaneità, sia per la scelta del cast, sia per la fotografia che abiura i cromatismi esasperati delle origini in favore di tonalità più tenui e asciutte, pure mai disgiunte da un lavoro molto personale sugli esterni.


Ma, soprattutto, Il cartaio è un'opera che costituisce l'ultima deriva di un discorso che Argento ha intrapreso a partire da Trauma e che ha poi ispessito attraverso quella che chiameremmo "trilogia del dolore", completata con La sindrome di Stendhal e Il fantasma dell'Opera. Tre film dove il virtuosismo tecnico diventava una presa di posizione etica e politica rispetto al modo di narrare la violenza, sempre più finalizzata a riprodurre la reazione dinanzi al male fisico come contrappunto del dolore dell'anima. Non a caso la trilogia in questione era forgiata sul corpo martirizzato della figlia Asia, poi scomparsa dal cinema dell'autore. Perché, attraverso il proprio sangue, Dario ritrovava la sua umanità e imbastiva un tenero discorso d'amore che poi ha travasato naturalmente nel Cartaio: un film incentrato proprio sull'esibizione del dolore delle vittime del killer, mediatizzato e dunque in qualche modo reso assoluto e globale attraverso Internet, e poi esorcizzato grazie all'amore di Anna, destinato a non infrangersi di fronte alla morte fisica del compagno.

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Siamo lontani dunque dall'Argento che stilizzava le forme della violenza in una coreografia libera e colorata: oggi il regista romano rivendica – giustamente – la maturità di chi non deve/non vuole più inseguire il pubblico, ma intende continuare a esplorare nuove derive, soffermandosi sulla sostanza della vita. In tal senso, Il cartaio è il film più vitalistico di Argento, segnato com'è di un afflato animistico che si estrinseca mediante inquadrature apparentemente "superflue", intente a inseguire il battito d'ali di un uccello o il polline di un fiore che fluttua nell'aria. Sono frammenti di un cinema mai perduto (si ripensi ai titoli di testa di Phenomena) e che ribadiscono la continuità di una produzione fra le più coerenti in Italia. E il film è chiaro in questo: in ogni vittima – in ogni corpo morto – si ritrova sempre il seme di una pianta, in una sorta di sintesi del ciclo vita-morte-vita.


La tendenza alla rarefazione del plot (cara all'autore dai tempi di Suspiria) e alla decostruzione del meccanismo giallo (definitivamente mandato in cortocircuito nel magistrale Tenebre) non lascia dunque altro che la libertà di continuare a sperimentare, persino in un film realista come questo. Un film costruito anche e soprattutto sulla dolcezza e sull'intensità di Stefania Rocca, nuova musa del regista, il quale ha saputo trasporre sul suo viso e sul suo personaggio i furori vitalistici dell'opera.


Per tutto questo, nel Cartaio è ancora il Dario che amavamo a parlarci, non il "vecchio" regista, ma il giovane sperimentatore (insieme a Bertolucci e a pochi altri italiani) che matura pensando alla vita, mostrandoci la morte.


 


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