SPECIALE – "La casa dei 1000 corpi" – Simboli/tracce dal profondo

Una pellicola veramente di fuga e prigionia, inscindibilmente legate una all'altra, in cui ogni corpo è un percorso e i corpi sono, appunto, 1000: cinefili, ironici, familiari, sexy, amorosi, amicali, fotografici, ossuarii, sanguinolenti, cannibalici, grotteschi, operatorii… come i viaggi sadici, satanici e razzisti che hanno percorso Rob "Zombie" Straker mentre scriveva il soggetto e la sceneggiatura, curava l'ammirevole colonna musicale dove la musica country è il corrispettivo pendant delle inquietanti nenie intonate dalle bambine-horror e incollava il tutto su pellicola con effetti, effettini e effettacci sapientemente miscelati. In questa personale risposta al romeriano "viaggetto all'Inferno", l'irrazionalità operativa del director imbratta la tela pellicolare con un action-painting registica che trasmette una feroce urgenza sentimentale in cui magia, simboli e primitività s'avviluppano tra loro come inestricabili serpenti. E l'America della provincia è solo l'altra faccia, quella meno rassettata, della malattia consumistica che soffoca il mondo civilizzato. Come negare, infatti, che la sanguinaria famiglia di folli dilania, divora, consuma i corpi delle proprie vittime (ree di essere saccenti borghesi portatori del morbo della società di massa nelle "incontaminate" terre periferiche) allo stesso modo in cui queste consumerebbero un hamburger in un fast-food e ne conservino scarpe e indumenti con un feticismo che non riesce a occultare/cancellare lo stesso identico consumismo che guidava gli ex-proprietari? Zombie sputa velenosamente sullo schermo un riuscito tentativo di rigenerazione dell'horror che partendo dalle sue ramificate radici giunge a lidi inaspettati mediante una densa accumulazione e contaminazione visuale e un ostentato over-playing recitativo. E la qualità registica dell' "occhio che uccide" di Zombie è sublimata in due movimenti di gru: quello di apertura che scivola sugli artefatti orrori grotteschi e multi-colorati (come la vitaminizzata, plastificata Nord America, superpotenza del benessere) del tunnel degli orrori di capitan Spaulding, prima delle tante tracce visive e sociologiche di matrice hooperiana disseminate, tagliando lo schermo obliquamente (come fondata sull'obliquità è la ripresa "raccordata" a questa della macchina dei quattro ragazzotti diretti verso "l'albero della morte") e la magnifica gru, immobile nella sua angolazione (quasi) patibolare che sospende l'orrore per quei geniali secondi di silenzio assoluto in cui Otis punta la pistola sull'aia al capo del poliziottucolo dalla faccia gommosa, istanti della scena più preziosa, necessaria e insperata del film capaci di generare una potentissima stranianza e astrazione per contatto con un "prima" e un "dopo" di martellanti o dondolanti, ma sempre pulsanti, sonorità.