SPECIALE – Nel regno del tutto gratis… – E se ci fossero altre strade per finanziare i siti?

La forza di internet è nella visibilità che dà alle idee veicolate nei siti. E la natura reticolare della rete fa si che la diffusione di un sito è spesso in stretto rapporto con la qualità delle idee. Un circolo virtuoso che tende al rialzo. Ma se si rende il tutto a pagamento il rischio è che il circolo virtuoso si interrompa. Prosegue il dibattito.

Anche se con ritardo, mi piacerebbe dire la mia sul dibattito in corso.

Premetto:
– ho cercato di essere stringato e non ci sono riuscito; mi scuso.
– le mie non sono idee definitive, ma un inizio di riflessione.

Credo che – volenti o nolenti – internet e tutte le nuove tecnologie della comunicazione stiano portando (e abbiano in gran parte già portato) a un mutamento antropologico nel modo in cui le persone fruiscono le informazioni. Le informazioni – volenti o nolenti, giusto o sbagliato che lo si consideri – viaggiano libere nella rete. Se uno spazio diventa a pagamento, ne sorgono e ne sono già sorti altri che forniscono informazioni dello stesso tipo, e gratuitamente. Nella stragrande maggioranza dei casi coloro che prima fruivano le informazioni del sito diventato a pagamento, non esiteranno a reindirizzare la loro attenzione sulle altre possibilità. Lasciamo da parte per un momento il discorso sulla qualità di tali informazioni – perché il discorso non è comunque strettamente correlato al fatto di essere o meno a pagamento (c'è bisogno di fare esempi? – chessò, Windows è a pagamento, Linux no, e, per inciso, se è certo che Linus Torvald non navighi nell'oro come Bill Gates, di certo non fatica a pagare le bollette a fine mese), non è questo il punto.

Non credo e non sono affatto convinto che il mutamento in atto sia solo e semplicemente negativo, per chi ambisca a vivere anche grazie alla scrittura, se non solo di quella. Tale mutamento, che è incontestabilmente in atto, è difficilmente arrestabile con discorsi di tipo "luddista" o incriminatori: quello che le majors musicali hanno sempre teso a minimizzare, se non a nascondere, ad esempio, è il fatto che i maggiori utilizzatori di Napster e figliocci erano anche i maggiori acquirenti dei loro prodotti – vale a dire che, secondo diversi studi, in media coloro che più usavano Napster per scaricare musica gratuitamente erano anche coloro che più investivano soldi in beni musicali e connessi.
Credo quindi che questo mutamento di prospettive possa aprire diverse possibilità, che non è detto siano meno "remunerative". Non sto dicendo che ci siano strade prefabbricate già pronte all'uso o di avere la soluzione in punta di tastiera, solo mi sembrerebbe imprudente non soffermarsi a rifletterci.

Provo a fare un ragionamento, spero non troppo sciocco (sicuramente leggermente idealista, ma credo non così tanto come potrebbe apparire a prima vista).
La forza di internet è in gran parte nella visibilità che dà alle idee veicolate nei siti. La visibilità è data sicuramente da due fattori: la diffusione che ha il sito e la qualità delle idee che vi sono espresse. Constatata la natura reticolare della rete e la sua capacità di propagare le informazioni, in molti casi si può dire che la diffusione di un sito è in stretto rapporto con la qualità delle idee.
Quindi: maggiore la qualità > maggiore la diffusione > maggiore la visibilità, in un circolo virtuoso che tende al rialzo.

Constatata la qualità e guadagnata un'ampia visibilità si presentano diverse strade:

1) data la qualità, rendere il tutto a pagamento. Il problema è che così il circolo virtuoso si interrompe. La qualità di certo resta elevatissima, magari si innalza anche, ma si interrompe il legame di rete, si spezza la possibilità di avere una maggiore diffusione. Forse, questo non lo so, il numero di persone disposte a pagare è comunque sufficiente per sopravvivere, ma è comunque destinato a scemare, perché non si ha più la forza trainante dello "sciame" di persone. Forse funziona, forse no – è comunque un azzardo – ma la domanda vera è: per quanto funzionerebbe? Per quanto cioé la sottrazione tra numero di utenti paganti e rientro dei costi (incluso il pagamento dei collaboratori, a questo punto) sarebbe positiva?

2) provare a scommettere sul fatto che la maggiore visibilità, tendenzialmente o potenzialmente in aumento, è un'arma contrattuale decisiva. Viviamo in un mondo sempre più sorretto dalle informazioni. Il problema in questo mondo di informazioni è… rendere visibili le informazioni stesse! Acquistata la visibilità e sicuri della qualità delle proprie informazioni, si ha quindi un vantaggio. Forse arrivati a questo punto il guadagno non è diretto come potrebbe esserlo rendendo tutto a pagamento, ma ci sono diverse carte da giocare. Credo che sarebbe possibile trovare settori interessati a finanziare un sito che abbia un alto livello qualitativo e un'alta visibilità. Non mi riferisco alla semplice pubblicità (il sogno di siti remunerativi basati -solo- sulla pubblicità e sui banner si è infranto con lo scoppiare della bolla speculativa della neweconomy), ma a una sorta di mecenariato, che fornisca un ritorno immediato per il finanziatore non soltanto in "vendite", ma in immagine (e l'immagine, in un mondo di informazioni, è un capitale destinato a diventare –centrale–, tanto quanto la visibilità). Innescando il giusto processo, la giusta sinergia, non si tratterebbe certamente di un finanziamento a fondo perduto, da parte dell'investitore. Io credo esistano già esempi di questo tipo, anche se ancora molto rari, ma mi sembra una possibilità su cui riflettere.
Su due piedi mi viene in mente quanto sta facendo Enel con alcuni siti tematici (ad es. http://www.boiler.it, su scienza e comunicazione, ma sono almeno tre o quattro). Non ho mai indagato, ma credo decisamente che i collaboratori di tali siti siano retribuiti, in qualche forma, e i siti non hanno nessun tipo di pubblicità invasiva.
La preoccupazione potrebbe essere in questo caso la "censura" che il o i finanziatori potrebbero esercitare Ma non è un pericolo diverso o più grande rispetto a quello che c'è sulle riviste cartacee in presenza di un'editore. E, in ogni caso, c'è un problema analogo anche per un sito a pagamento, che è nelle mani dei lettori (se dei lettori sbattono la porta [virtuale], abbandonando sentieriselvaggi adesso che è gratuito, dopo aver letto una recensione/articolo che non gli piace, figurarsi se sentieriselvaggi dovesse diventare a pagamento – ma a quel punto siamo sicuri che non scatterebbe un processo di autocensura per "tenersi" i lettori?)

3) forse il più praticable: un'ibrido tra le due precedenti. Vale a dire trovare una partnership disposta a investire per un ritorno pubblicitario, d'immagine o quant'altro, lasciando gratuito e fruibile -tutto- quanto ci sia di indispensabile, creando al contempo una sezione a pagamento per il "di-più" (faccio degli esempi: ricerche di mercato, ricerche incrociate negli archivi, studi su commisione, ricerche finalizzate specifiche, etc.). D'altra parte in un mondo di informazioni, in cui le informazioni si moltiplicano, diventando ingestibili, risulterà sempre più importante la figura dell'intermediario, colui che, specializzato, possa fornire informazioni già pronte. E questo anche e soprattutto nel terreno della cultura, o del cinema in particolare.

Un'ultima nota: i confronti tra riviste cartacee e on-line possono fornire spunti di riflessione, ma non sono comprovanti in toto. Carta e digitale sono due mezzi di comunicazione in gran parte diversi, dunque non totalmente confrontabili (lo diceva già McLuhan decenni fa, che "il medium è il messaggio", ovvero, adattando alla situazione, che ogni medium diverso porta con sé il modo in cui è possibile usarlo e pensarlo, e porta con sé il modo in cui influenza chi lo utilizza).


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