SULMONA 30 – “The Shine of Day”, di Tizza Covi e Rainer Frimmel

“L'unica cosa non vera sullo schermo è che Walter sia mio zio”, dice Phillip Hochmair del nuovo film della coppia di autori del fortunato La Pivellina. Hochmair è un attore di teatro celeberrimo in Austria, che si divide tra piccole produzioni off ad Amburgo e grossi spettacoli a Vienna, tra il Woyzeck versione Tom Waits e Kafka, Il gatto con gli stivali e Dostojewski, Faustus e Schiller. Ossessionato dall'essere perennemente sul palco, ha firmato anche libri e cd con grosso successo di pubblico, tanto che una scultura che lo ritrae (protagonista di uno degli sketch migliori del film di Covi e Frimmel) è esposta in galleria al leggendario Burgtheater di Vienna.


Gli autori seguono la vita frenetica di Hochmair da dietro le quinte, raccontandone anche (forse, soprattutto) la grande fascinazione per il mestiere girovago dell'attore che l'uomo mette nelle proprie parole, spesso ingenue, e nei propri discorsi (da uno dei quali proviene la frase che dà il titolo al film). Il tratto interessante del cinema di Covi e Frimmel è come l'impianto da documentarismo minimal, tutto votato al pedinamento dei personaggi (la bella sezione dedicata alla mattinata-tipo dei figli del vicino di casa di Phillip) e alla restituzione di una quotidianità il più possibile “spiata” e spontanea, in realtà non possa poi fare a meno delle parole, dei dialoghi, dei racconti.
Come già ne La Pivellina, i due autori nello stesso istante in cui vanno costruendo una situazione con le armi di uno sguardo documentaristico assolutamente coerente e cristallino, al momento stesso ne inseriscono l'intruso che ne scompiglia la scarna, contemplativa geometria (che è un po' quella che impari a riconoscere in lavori di questo tipo: grossa attenzione alle ambientazioni, alle atmosfere, ai dettagli; improvvise aperture anche narrative nell'essenzialità dell'impalcatura; finale sospeso ed evocativo come te lo aspetti…).

E qui ritorna Walter Saabel, il grande artista circense che è da sempre collaboratore di Covi e Frimmel, qui probabilmente nel suo ruolo migliore, questo zio inventato e improvvisamente ritrovato che Phillip non aveva mai conosciuto, e che gli si piazza dentro i vari appartamenti che l'uomo utilizza tra Amburgo e Vienna. Tra i due nasce un'amicizia-ammirazione non priva di ambiguità e contrasti, basata sulle memorie comuni (tutte assolutamente vere e improvvisate davanti alla mdp, assicurano i due attori) di due istrioni della performance dal vivo, tra le lotte contro gli orsi da circo evocate da Saabel e la tragedia del dimenticare in scena le battute che tutto il pubblico conosce, di cui è vittima Phillip.
Covi e Frimmel sembrano spingere i due interpreti in zone oscure e poco percorse della propria autorappresentazione, dalle quali viene fuori una certa arroganza dell'attore "arrivato" da parte di Phillip, che non può che far scoppiare il conflitto con il guitto spiantato e senzatetto Walter (complice, appunto, la statua al Burgtheater): un percorso ardito in cui i due si lasciano portare senza riluttanza e senza tenere il piede sui freni, e accettando anzi anche di mettere in gioco le proprie contraddizioni e fragilità, che fanno poi la grande forza di questo film.