#TFF34 – Le fils de Joseph, di Eugène Green

Dopo cinque anni da una esaustiva retrospettiva, sempre curata da Massimo Causo nella stimolante sezione Onde, il cinema di Eugène Green è parte immancabile del festival di Torino. Anche quest’anno l’autore che vuole essere francese, è tornato a presentare il suo nuovo film in questa sezione.

--------------------------------------------------------------------

--------------------------------------------------------------------
Le fils de Joseph racconta di Vincent, un giovane che vive da sempre con la madre e che a tutti costi cerca un padre. Lo trova in un personaggio cinico e insensibile – per la prima volta Mathieu Amalric in un film di Green – ma l’occasione gli fa conoscere uno zio che è l’opposto del fratello. Vincent raggiungerà il suo scopo e ricomporrà la sua famiglia: il padre Joseph e la madre Marie. Il racconto è ricalcato sulle orme delle vicende bibliche a partire dal sacrificio chiesto da Dio ad Abramo con l’uccisione del figlio Isacco, ma anche i successivi capitoli in cui è divisa la storia, rimandano alle vicende bibliche che sembrano sovrapporsi all’oggi con i protagonisti della storia. È da subito evidente che agli altri temi che appartengono di diritto ai lavori di Green questa volta si aggiunge quello della ricercale-fils-del-joseph-eugene-greendella paternità, argomento che serpeggia inquieto anche in altri film del festival. Qui il desiderio di paternità è condiviso tra Vincent e da Joseph la cui sensibilità necessita di un solido affetto familiare.

Non muta struttura e poetica il cinema di Green e soprattutto non muta l’effetto largamente fuori moda che un film come Le fils de Joseph, pur nella sua quasi inedita forma di esplicita commedia, non usualissima per la filmografia dell’autore, finisce con il confermare. Forse sono queste le ragioni che impediscono che in Italia, la nostra sempre miope distribuzione non si occupi del suo cinema, senza contare però la novità che i film del regista francese costituirebbero nel panorama italiano.
Nonostante questa volta l’autore abbia utilizzato il registro della commedia, il suo sforzo continua a concentrarsi soprattutto sulla ricerca della efficacia della messa in scena, valorizzando sicuramente, e soprattutto in fase di girato, l’efficacia le-fils-del-joseph-greendell’inquadratura in cui non di rado preferisce avvalersi della figura retorica del linguaggio – come in quello parlato – che si esprime esaltando la parte per il tutto.

---------------------------------------------------------------------
APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

---------------------------------------------------------------------

La materia della modalità narrativa è l’asse portante del suo cinema e sempre tutto sembra dipendere dalla necessità della rappresentazione e dalla percezione che l’autore vuole ne abbia lo spettatore. Anche in questo film, dunque, vi è una ricerca non superficiale del particolare narrativo e più in generale di una ricerca formale in funzione al registro scelto e dello sviluppo del racconto.
Nel contempo la poetica di Green conferma quella adesione ad una riflessione sul linguaggio parlato. Nel suo film precedente, Faire la parole, conduceva una originale riflessione sulla lingua basca come espressione comune di una intera cultura e soprattutto sulla parola come luogo del sacro. Anche in questo film, come già negli altri precedenti, l’espressione verbale costituisce il baricentro di una speculazione culturale di non trascurabile impatto. In coerente continuazione con quella ricerca Green prosegue lo sviluppo di quella poetica della parola con la cura di una recitazione le-fils-del-joseph-tff34priva di ogni psicologismo per restituire, pur nella finzione del cinema, un frammento di realtà altrimenti non leggibile attraverso l’interpretazione di tipo psicologico, ma anche con una maniacale attenzione alla pronuncia da parte dei suoi attori con cura dell’accentazione. La maggiore leggerezza di impianto narrativo non ha nuociuto al risultato finale e anche con Le fils de Joseph, con la sua aura biblica – che nulla ha a che vedere con la religione – quanto piuttosto con un archetipo ormai mitizzato e facente parte costante della cultura occidentale, Eugene Green non smette di creare un cinema che costituisce un “unicum” nel panorama mondiale. La sua è un’indagine costante e mai dimessa sulla natura umana e sui suoi primari prodotti culturali generatori di bellezza, ed è del tutto estranea ad ogni corrente di pensiero e ad ogni scuola più o meno consacrata dentro al rispetto di regole. Il cinema di Green per queste ragioni e perfino nel suo immutabile perpetuarsi, si caratterizza per l’assenza di ogni timore nel riaffermare la propria libertà, la propria assoluta purezza che non può non le-fils-del-josephrichiamare alla memoria quella spigolosa, ma armoniosa bellezza che abbiamo già trovato nel cinema di Robert Bresson. In questo senso Green, come già l’autore francese, si muove su un piano di spiritualità assoluta o comunque tendente verso l’assoluto (quello che Schrader per Bresson chiamava “cinema della trascendenza). La natura dell’indagine di Green, il cui cinema diviene maieutico verso una spiritualità spesso invisibile, celata tra le inquietudini di una realtà sovrastante e invasiva, porta il regista con costante puntualità per ogni film, ad un utilizzo non soltanto non casuale della musica, ma addirittura ragionato in funzione della struttura narrativa. La colonna sonora, mai estranea alla messa in scena, diviene ulteriore personaggio del set, non quindi sottolineatura del brano narrativo, ma vero corpo che occupa la scena. Non si discosta da questa caratteristica neppure questo ultimo film che conferma ancora una volta la non indifferente ricchezza di temi in cui si muove il regista e questo spiega le ragioni per le quali il suo cinema abbia un tale magnetismo nonostante il divario sempre insistito, tra questi film e la spettacolarità secondo la più comune e frequente accezione.