#TFF37 – Easy Living, di Orso e Peter Miyakawa

Le vite di un quattrodicenne, di una universitaria che contrabbanda medicine e sigarette alla frontiera italo-francese e di un bizzarro maestro di tennis americano che sogna di fare il pittore, vengono scombussolate dall’incontro con un migrante clandestino sui generis. Tutti insieme organizzano un piano rocambolesco per aiutarlo a varcare il confine.

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Easy Living, film d’esordio dei fratelli Orso e Peter Miyakawa, gioca quindi sul concetto di migrazione, di “troisiana” memoria. Mischia culture e lingue (italiano, francese e inglese), ma soprattutto stili di vita e ambizioni personali, perlopiù confuse e in continua definizione. Tutti i quattro protagonisti vivono infatti senza una vera dimora, che sia fisica o spirituale. Camilla, viaggia senza sosta tra Italia e Francia per lavoro, costretta suo malgrado a doversi occupare di Brando, il fratellastro, “lasciatole” temporaneamente in custodia dalla loro madre. Don invece viene dagli Stati Uniti, vive un “sogno americano” rovesciato, ossia in Italia, in cui ha deciso di scappare per sfuggire alle pressioni e al percorso già prestabilito impostogli dalla sua ricca famiglia. Tutti e tre però, si intuisce man mano, vivono alla giornata, vuoti e insoddisfatti nel profondo. Alla fine, quello più “inquadrato” è proprio Elvis, che un tetto non ce l’ha neanche fisicamente. Lui sa bene cosa e soprattutto “chi” vuole raggiungere, il problema è che gli viene impedito da forze maggiori. Il paradosso attorno a cui ruota la pellicola, semplice quanto efficace, è così quello della libertà. Di Camilla, Bruno e Don di poter passare quella frontiera quante volte vogliono; ed Elvis costretto invece a nascondersi al massimo in un bagagliaio. Tra chi la libertà, quindi, la possiede per diritto di nascita e colore della pelle, ma non sa che farci, sprecandola; e chi l’agogna avidamente, ma se la vede negata perché ha avuto la sfortuna di nascere e crescere nel “posto sbagliato” del mondo.

L’ambientazione scelta dai due autori è il perfetto specchio di questa dicotomia, ovvero un circolo di tennis, un club elitario, popolato da anziani o ricchi, i simboli più riconosciuti dall’immaginario comune in termini di “vita facile”, come da titolo. Attorno a loro ruotano le esistenze dei protagonisti, ad essi si aggrappano per “tirare avanti”. E non è neanche un caso, a questo punto, che il tennis sia proprio lo sport prescelto, perché individuale, perché oltremodo solitario.
La cosiddetta “solitudine del tennista”, allora, arriva a corrispondere con quella interiore di Bruno, Camilla e Don, scappati dalle rispettive famiglie, in continua cerca di una propria che li accetti così come sono. Da questo punto di vista, la “mission” di Elvis, ovvero raggiungere la “sua” famiglia, assume tutto un’altro sapore. Come se sposando la sua causa i tre ragazzi possano arrivare a provare, anche solo per un momento, quel sentimento di unione che tanto inconsciamente desiderano.

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I fratelli Miyakawa confezionano così una commedia leggera ma profonda, tanto classica quanto moderna, che fa dell’andare oltre le apparenze la sua vera cifra stilistica. La stessa pellicola, infatti, appare a primo impatto tecnicamente modesta, specie per ritmo e tempi scenici, per una comicità quasi sottotono, appoggiandosi infine su una ricerca musicale e visiva fin troppo ibrida, ora essenziale, ora classica, ora grottesca. Poi, come detto, il film cresce, insieme ai suoi personaggi, e pur non brillando trova nel loro legame la sua stessa e funzionale coesione. D’un tratto quei punti deboli, che prima magari non convincevano, diventano i suoi punti di forza, portando lo spettatore a vivere appieno quel sentimento di familiarità inseguito dai protagonisti. Don passa da guardare “vecchi” film da solo, celando dietro la propria risata tutto il suo disagio interiore, a vederli in compagnia, spensierato come mai prima, perché finalmente completo e al “proprio posto”. La soluzione arriva così dalla classicità, l’invito all’inclusione è dei più tradizionali, eppure la storia è assolutamente attuale, a conferma del carattere universale del cinema e del suo essere senza tempo.

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