The Tale, di Jennifer Fox

In The Tale, Jennifer Fox (Laura Dern) è una documentarista di New York che sta lavorando al suo ultimo progetto sulla vita delle donne di tutto il mondo. Riceve delle telefonate da sua madre, Nettie (Ellen Burstyn), che ha trovato una storia scritta da Jennifer all’età di 13 anni, ai tempi della scuola media. In essa Jennifer descrive diversi incontri avuti con la sua istruttrice di equitazione Mrs. G (Elizabeth Debicki) e il suo allenatore di corsa Bill (Jason Ritter) mentre frequentava un campo estivo. Mentre Nettie è innervosita dalla lettura del racconto della figlia, Jennifer inizialmente non è preoccupata: ha sempre ripensato con affetto al tempo trascorso insieme ai due istruttori. Decide comunque di indagare, con il sostegno della madre e del fidanzato, per saperne di più e parte per un viaggio alla ricerca, 30 anni dopo, delle persone che insieme a lei hanno diviso quell’esperienza ed incontrare i bambini di un tempo, ormai adulti, e gli stessi allenatori.

Ma più scava nel passato, più i suoi ricordi si spostano e più il numero delle domande inevase cresce, insieme alla frustrazione. Jennifer si ritrova coinvolta in una dolorosa analisi introspettiva per arrivare alla verità, e comincia ad immaginare delle conversazioni con sè stessa tredicenne (Isabelle Nélisse), con la signora G e Bill nel tentativo di capire come e perché gli eventi si sono verificati, di suscitare un ricordo. La scoperta la costringe a riesaminare la sua prima relazione sessuale e le storie che ci raccontiamo per sopravvivere. Il primo lungometraggio narrativo di Jennifer Fox, i cui film documentari hanno ottenuto consensi internazionali per la loro capacità di innovazione, è una meditazione sulla natura elusiva della memoria, ed è un film autobiografico, che vede la regista spingere in avanti i confini della narrazione convenzionale, creando un dialogo tra passato e presente per illustrare l’interazione tra memoria e trauma. In questo processo di scavo viene avvallata l’ipotesi della presenza, tra i ricordi, di zone totalmente oscurate, conseguenza di una serie di eventi subiti in età preadolescenziale, eventi tali da finire nel buio del rimosso dopo il passaggio incomprensibile nell’inconsapevolezza. Ed il dolore, che dovrebbe essere la conseguenza di azioni tanto abiette, talmente pungente e distruttivo da essere coperto e rifiutato. Destinato alla prima occasione a venire fuori, anche dopo anni, dal suo stato dormiente ed a costringere di guardare in faccia il problema.

Il film della Fox, presentato al Sundance Film Festival, ha il merito di affrontare il tema della pedofilia attraverso un’indagine, ricostruendo passo dopo passo questo risveglio del disagio, a lungo rimandato, senza ricorrere all’autocommiserazione, anzi, descrivendo i dubbi e gli scrupoli da cui viene assalito chi resta coinvolto in storie di questo tipo, fino a cominciare addirittura ad avere delle riserve per una qualche responsabilità.  Descrive i pericoli dietro i volti rassicuranti delle persone perbene, stimate e circondate di rispetto, il rischio di esporre per negligenza, mancanza di tempo, distrazione, delle vittime indifese, alle fantasie di adulti malati, che cercano di insinuarsi dentro le menti plasmabili al massimo grado dei bambini. Talmente malleabili da assorbire la paura di apparire infantile dopo un rifiuto, in preda al timore ingenuo ed innocente di deludere le aspettative e perdere quelle attenzioni che la famiglia non ti aveva riservato. L’incomprensione che Jennifer sembra soffrire con le persone che le stanno vicino, una volta riaffiorato il dramma, è la distanza tra chi vuole curare una ferita e chi di quella ferita porta i segni sulla propria pelle. La rete protettiva diventa inutile e la solitudine il rimedio inevitabile per affrontare i propri fantasmi, per evitare di nascondersi ancora nell’oblio.