TORINO 23 – Tra dolenze e indolenze: il cinema "indipendente" e furente di Lodge Kerrigan (Americana – Omaggio)

Mondi geometrici come gabbie. I film di Kerrigan si aprono sempre sulla cartesiana costrittività di figure geometriche urbane ed extra-urbane: griglie di vetrate di grattacieli, infrastrutture come i ponti, fili del telefono… Così con un salto all'indietro recuperiamo finalmente la filmografia completa dell'autore newyorkese (dell'ultimo, Keane, ce ne eravamo già occupati a Cannes 58 e In god's hands del 2002 è andato perduto). Clean, Shaven e Claire Dolan due facce della stessa medaglia, quella di questo talento vero del cinema "indipendente" Usa. Lo mettiamo tra virgolette "indipendente" perché in realtà, come ci ha raccontato qualche giorno fa in conferenza stampa qui a Torino (v. "Non mi considero un autore indipendente ma solo un cineasta". Incontro con il regista Lodge Kerrigan"), a Kerrigan sta stretta questa definizione, precisiamo allora cineasta e basta. Iniziamo in ordine cronologico dallo splendido Clean, Shaven, girato in 16mm nel '93, che pedina la tormentata vita di Peter Winter (uno straordinario Peter Greene che nulla ha da invidiare alla performance di Michael Rooker nel film di McNaughton) uomo affetto da schizofrenìa e in preda ad allucinazioni, che tenta di seppellire il proprio passato di serial-killer di bambini per riallacciare i rapporti con l'amata figlioletta Nicole, protetta dal nido madre-nonna. Kerrigan sfodera uno sguardo asettico e privo di (pre)giudizi (la sconvolgente e quasi insostenibile sequenza dell'auto-sradicamento dell'unghia di un dito del protagonista) su una mente malata ma in grado ancora di provare un amore sconfinato, quello primitivo di un padre per la propria figlia, oggetto di desiderio e repulsione al tempo stesso perché ineliminabile specchio che rimanda la mente e gli occhi di Peter alle proprie vittime, quelle reali la cui espansione potenziale s'incarna nella magnifica scena della biblioteca in cui il protagonista sfoglia compulsivamente testi di pedagogia ricchi d'immagini di piccole vite. Ma Clean, Shaven è prima di tutto un film da sentire grazie al lavoro ammirevole di Michael Parson, i ronzìì della radio della macchina di Peter, quelli che cortocircuitano le sue sinapsi e irradiano dai cavi delle luce, del telefono che lo accompagnano con la loro inappellabile rettilineità nelle sue peregrinazioni on the road senza meta, perché l'unica vera, possibile destinazione di questo suo viaggio è la casa della madre, che lo ospita invece come un affittuario qualsiasi, chiedendogli 10 dollari al giorno con agghiacciante indifferenza.

L'inadattabilità al mondo nel quale, nonostante tutto come tutti, è costretta a vivere Claire Dolan, 35mm del '98, è invece più sottile, sotterranea. Claire è un'immigrata che esercita il mestiere sì di prostituta, ma d'alto bordo. Una professionista nel senso più spietato del termine, come dimostra l'emozionante quanto straziante sequenza telefonica nella quale riceve la notizia della morte della madre e si concede solo un brevissimo momento di raccoglimento e lutto prima di raggiungere il cliente che l'attende impaziente. Ed è proprio questa scomparsa a generare nell'animo di Claire il desiderio di compensarla con una nuova vita, quel desiderio della maternità così poco conciliabile col suo lavoro. E' qui che il personaggio sfida la propria marginalità nella società per rimettersi al centro dello status sociale, come ben esemplifica il toccante dialogo con un'amica che le fa le congratulazioni per essere in dolce attesa (non a caso dell'unico cliente che forse ama e dal quale è amata, uno smagliante Vincent D'Onofrio). E come nel Damian Lewis di Keane anche Katrin Cartlidge è presente in ogni inquadratura, anche quando è off-set, tanto il suo carisma è intenso, sofferto nel dar vita al personaggio, un incrocio affascinante tra la colpa di una Maddalena e l'innocenza di una Madonna, corpo in fuga da sé stesso inguainato nel cappotto color cammello e nelle sottovesti disegnate dalla costumista Laura Jean Shannon ed illuminato senza inutili morbidezze dalla fotografia di Teodoro Maniaci. Tutti gli "spiriti guida" del cinema di Kerrigan vanno presi per mano almeno una volta nella vita perché insegnano a guardarci dentro nuovamente, magari in uno di quegli "angolini" nel quale non avevamo mai osato spingerci.

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