TORINO 28 – “Les signes vitaux”, di Sophie Deraspe (Concorso)

Les signes vitaux

Una sottile, ma ininterrotta, comunanza di intenti emerge da una parte della cinematografia canadese. Un rapporto profondo con la morte. Anche Sophie Deraspe, giovane regista canadese con il suo lavoro, in concorso, ha realizzato un film totale sulla morte, ma ancora di più sulla vita, sulla necessità della vita fino all’ultimo momento dell’esistenza, sull'assoluta necessità della morte come soluzione al dolore

 

 

Les signes vitauxC’è una sottile, ma ininterrotta, comunanza di intenti che emerge da una parte della cinematografia canadese. Un profondo rapporto con la morte con una ricerca di risposte alle numerose domande che il fine vita propone a chi resta. In questo senso è proprio Il dolce domani, di Atom Egoyan il film che più esemplarmente e programmaticamente (sin dal titolo) va ascritto a questa ipotetica categoria. Un film fondamentale sulla elaborazione del lutto. Away from her – Lontano da lei, di Sarah Polley (incidentalmente anche attrice in Il dolce domani) è invece un film sul dolore del distacco, sui frantumi della memoria. Le invasioni barbariche di Denis Arcand, film in cui i difetti sono maggiori dei pregi, affronta il tema dell’assenza di sè nel dopo, in qualche misura il tema di una possibile eredità che non sia materiale. Per non parlare di tutto (o quasi) il cinema di David Cronenberg che è tutto questo, oltre che molto altro.

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Su queste premesse non vi è da stupirsi se Sophie Deraspe, giovane regista canadese, alla sua seconda opera, ha realizzato un film totale sulla morte, ma ancora di più sulla vita, sulla necessità della vita fino all’ultimo momento dell’esistenza, sulla assoluta necessità della morte come soluzione al dolore. Un tema peraltro ricorrente quest’anno al festival, visto che è questa è anche la materia di Third star dell’australiana Hottie Dalton, le cui tesi non si discostano da quelle della regista canadese.

“Finchè non siamo morti abbiamo bisogno della compagnia dei vivi” dice una delle malate terminali che Simone, la protagonista, assiste mentre divide la sua vita tra gli studi negli Stati Uniti e un controverso, ma solido rapporto con un compagno con ambizioni artistiche che si arrangia friggendo patatine in un fast food.

Non poteva esserci titolo più calzante per quest’opera così dolorosamente chiusa in se stessa, cupa e livida, come i bianchi delle stanze, dei volti, delle fasce per nascondere i capelli che cadono, dei letti, della neve e delle calze che Simone usa per indossare le sue protesi agli arti inferiori perduti in un incidente automobilistico. Un titolo che come il film, ci invita a cogliere ogni indizio di vita che dia sollievo al solo pensiero della sua fine.

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Il film della Deraspe, non è malinconico, non è brutale, è, invece, una coraggiosa riflessione, priva di alcun cinismo, sulla assoluta urgenza di cogliere qualsiasi soffio di vita che dia indizio di umanità nell’abbandono della malattia. In questo senso il film è molto terreno, non è infatti nelle intenzioni della sua autrice affrontare questioni metafisiche. La morte, il transito, per la Deraspe, è solo l’ultimo atto della vita, un passaggio necessario che non ha nulla di eroico. C’è una grande pietà nel suo sguardo, ma ciò non le impedisce di continuare a guardare.

David Cronenberg quando ha realizzato La mosca voleva rispondere alla domanda che chiedeva se fosse possibile amare ancora una persona che si sta trasformando fisicamente. Quel film, il regista l’ha più volte detto, nasceva dall’osservazione della trasformazione del padre che si stava spegnendo lentamente. La macchina da presa – ha dichiarato l’autrice di Les signes vitaux – può catturare gli effetti del tempo, i segni delle ferite e i momenti di piacere impressi sui loro corpi e sui loro volti. Una sorta di bellezza mutante affiora così mostrando, al contempo, forza e fragilità.Les signes vitaux1 Queste parole non possono non fare venire in mente la poetica cronenberghiana, per la straordinaria coincidenza di intenti che trasformano il cinema in ricerca sull’esistenza della nostra entità come corpo in progressiva metamorfosi. Il film della Deraspe, quindi, lavora anche nella direzione verso la quale è forse possibile trovare una risposta alla domanda di Cronenberg. Simone, che esibisce la sua amputazione, è alla disperata ricerca di ogni segnale di vita nei suoi malati e compie qualsiasi gesto, possa anche sembrare inutile, per rendere dignitosa la loro precaria esistenza, facendo credere di aiutare chi ricerca la fine della vita per porre fine al dolore. Quel dolore non urlato che accompagna questa trasformazione. Ma è l’amore, senza barriere, che continua a dare conforto, quello di Simone, la cui esistenza acquisisce un’altra dimensione e quello di chi nella certezza dell’esito non rinuncia a continuare a donarsi come se nulla sia mutato.

Il finale, confermerà l’assunto iniziale e la ricerca di una pace interiore per Simone sembra arrivata ad un punto fermo, bisognerà ripartire per un’altra tappa dell’esistenza.

 

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