TORINO 29 – "Palazzo delle Aquile", di Stefano Savona, Alessia Porto e Ester Sparatore (Italiana.doc – Lezioni di cinema)

Il cinema di impegno civile non è mai una questione semplice. È una forma di espressione che si gioca sulla linea di confine tra la ricerca (a mio parere sempre utopica) di uno sguardo oggettivo sulla realtà che si intende denunciare (far “parlare i fatti”, si potrebbe dire) e la possibilità di una partecipazione emotiva e/o ideologica da parte dell’autore, il quale si sente coinvolto e vuole esplicitamente porsi come tale.

Il cinema di Stefano Savona – al quale si affiancano per questo ultimo documentario anche Alessia Porto e Ester Sparatore – sembra tendere dalla prima parte, proponendosi come uno sguardo testimoniale e apparentemente distaccato che richiede allo spettatore l’assunzione di una propria responsabilità e di una personale presa di posizione rispetto alla materia filmata; anche se in realtà, a ben guardare, talvolta bastano dei semplici gesti, delle fugaci situazioni – e ovviamente la scelta "autoriale" di lasciarle in fase di montaggio – per infrangere questo velo di distanza e restituire allo spettatore il “punto di vista” degli autori (si vedano, per esempio, alcuni atteggiamenti distratti e disinteressati dei consiglieri comunali durante gli interventi dei colleghi) .

Siamo collocati (stilisticamente parlando) dalle parti di Piombo fuso , bel documentario diretto da Savona nel 2009, ma con una differenza che non può essere taciuta: se lì, infatti, si percepiva un’urgenza del gesto filmico che poteva – e forse addirittura doveva – “limitarsi” ad assecondare il violento richiamo di una materia incandescente (il conflitto arabo-israeliano), qui si percepisce più che altro la programmatica ricerca di una “situazione ideale” da filmare. Si potrebbe quasi parlare, mi si passi la similitudine, di un “reality-show impegnato”, laddove si poteva azzardare per Piombo Fuso la definizione di “reportage d’assalto".

Ma veniamo ai fatti. Nell’autunno del 2007, più di venti famiglie palermitane di “senzatetto”, sfrattate dall’hotel in cui erano state provvisoriamente sistemate, decidono, coordinate da alcuni consiglieri comunali di sinistra, di occupare il Palazzo delle Aquile, sede del municipio del capoluogo siciliano. L’intenzione iniziale è quella di abbandonare il palazzo solo nel caso in cui vengano messe a loro disposizione delle case degne di questo nome. Tuttavia, col trascorrere dei giorni, la situazione si modifica radicalmente e all’unità d’intenti iniziale si sovrappongono via via sospetti e reciproche accuse che minano la compattezza del gruppo e rendono più complesse le trattative, costringendo i “rivoltosi” a cedere ad un compromesso che si rivelerà come una cocente sconfitta, solo illusoriamente scambiata per una vittoria in ogni caso “mutilata”.

L’intento dei registi è dunque quello di raccontare queste giornate di occupazione stando addosso ai personaggi, seguendoli da vicino nelle loro azioni quotidiane e nei loro dialoghi, rinunciando alle interviste e alla voce-over (e seguendo dunque una ben precisa linea documentaristica che trova nel cinema di Vittorio De Seta un costante punto di riferimento) e investendo il grosso delle energie in un lavoro di montaggio che deve organizzare e conferire forma al racconto. Un obiettivo, questo, che può dirsi raggiunto solo in parte, perché se da un lato si intuisce la propensione narrativa degli autori (quasi a voler scrivere in fase di editing una “sceneggiatura a posteriori”), dall’altro si avverte in più di un’occasione l’incepparsi di questo meccanismo, il vedersi costretti a cedere terreno al “ritratto” per mascherare una situazione di stallo nel racconto.

Forse, in fin dei conti, il solo difetto di questo film sta nella sua (eccessiva) durata. Sicuramente il suo pregio principale è quello di aver strappato un argomento scottante dalla sterile retorica mediatica, per restituirlo ad uno sguardo più attento e analitico, al quale il cinema dimostra di poter ancora concedere spazio.