TORINO 31 – The Stone Roses: Made of Stone, di Shane Meadows (After Hours)

A metà anni '80 quattro giovanissimi ragazzi della capitale operaia della musica inglese: Manchester (l'anti-Londra, già patria di gruppi del calibro di Joy Division, New Order e Smiths e che, proprio dopo l'avvento degli Stone Roses e della ecstasy-generation, verra ribattezzata Madchester), iniziano a fare musica e, come molti loro connazionali, decidono di rovistare fra la musica nera ed in quella degli anni '60, ma la loro originalità sta nel provare a mescolare questi (solidi e soliti) ingredienti preferendo la disco-music al canonico blues e la psichedelia ai tradizionali rock e folk. Ne nasce un sound originale e trascinante che non faticherà a conquistare prima di tutto i loro concittadini e poi l'intero Regno Unito, con l'uscita del loro disco d'esordio omonimo datato 1989.

Di lì in poi è tutto un succedersi di liti: fra di loro, con il manager, la casa discografica, che gli impediscono di concentrarsi sulla musica ed ottengono l'incredibile risultato di fargli incidere il secondo (debole) disco solo cinque anni dopo, quando ormai la loro eredità era già stata raccolta da numerosi altri gruppi che avevano posto le basi per un successo ben più duraturo (vedi Oasis).

 

Dopo "This is England" in cui aveva raccontato, in maniera semi-autobiografica, l'Inghilterra (del sottoproletariato) dei primi anni '80, questa volta Shane Meadows ci mette la faccia (ed accetta di essere protagonisti in prima persona del racconto) spostandosi solo di qualche anno più avanti rispetto agli avvenimenti di "This is England" per raccontare l'esplosione, la caduta e la ressurrezione di uno dei suoi gruppi preferiti: gli Stone Roses.

E non è un caso, allora, che le facce sono, forse, le vere protagoniste del film: le facce dei membri del gruppo che tradiscono le loro origini popolari, le facce (intraviste in piccoli brevissimi frame) di Liam Gallagher entusiasta al loro primo concerto pubblico e di Eric Cantona ospite al concerto di Parigi, la faccia dello stesso Meadows spaesato ed impaurito come l'ultimo dei fans quando ci informa dell'ennesima lita fra Ian e Reni che mette in forse il concerto di reunion; ma soprattutto le faccie dei fans (quasi tutti sugli "anta") quando, increduli ed emozionati, raccontano con spregiudicatezza quasi infatile di come sono fuggiti dal lavoro, dai figli … dalle responsabilità, per cogliere al volo quest'ultima goccia di spirito adolescenziale.

 

Esattamente come in "This is England" ancora un racconto generazionale che diventa sociale nel raccontare, senza troppe mitizzazioni, la musica (degli Stone Roses) che da incendiaria portatrice di idee nuove nella scena britannica di fine anni '80 si è inevitabilmente trasformata (vent'anni dopo) in valvola di sfogo per una generazione di lavoratori ("Workers playtime" avrebbe detto Billy Bragg). Ma questo è pur sempre il racconto della reunion di un gruppo leggendario e quindi Shane Meadows, dal punto di vista della "documentazione" dell'evento, si dimostra estremamente professionale (oltre che fan) non tralasciando nulla: le immagini di repertorio, le difficoltà delle prime prove, le insicurezze delle prime esibizioni live dopo tanti anni, ma soprattutto il gran finale, generosamente carico di (patinatissime) immagini del concertone della reunion capaci di trasformare in fan anche il più accanito degli appassionati di Lady Gaga.