Trivisa, di Frank Hui, Jevons Au, Vicky Wong

Trivisa è l’unico passo in avanti ancora ragionevolmente possibile per la poetica di casa Milkyway: da un certo punto di vista il film riparte dove Johnnie To s’era fermato con la sua ultima opera di assoluta consapevolezza teorica, Drug War, e ne radicalizza ancora maggiormente l’assunto, fino a decostruire una volta per tutte i canoni del genere nero hongkonghese. Se l’abbacinante film-saggio del 2012 sembrava in tutto e per tutto più interessato a tessere la balistica delle merci, dei mercati, degli accordi e delle dogane internazionali, astraendo così inseguimenti e sparatorie come segni aerei di una forma oramai polverizzata, nel film degli esordienti Frank Hui, Jevons Au, Vicky Wong le tre situazioni del finale diventano addirittura emblematiche di un percorso pazzesco, di lucidità assoluta.

In cima a carichi di dinamite che non esploderanno, o sospesi un attimo prima che l’heroic bloodshed abbia verosimilmente inizio, i destini tragici di Trivisa sono condannati infatti a non vedere espiato in alcuna maniera il contrappasso epico delle armi e del piombo, come la tradizione richiederebbe. Sugli schermi dei televisori passa incessante la cerimonia del passaggio di consegne, l’handover, Hong Kong diventa cinese, Margareth Thatcher da l’addio a nome di tutto il Regno Unito, e allora non è più tempo di leggende che vanno incontro all’immortalità tra le pallottole che fischiano, una pistola per ogni mano.

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Trivisa ritorna al 1997, alla scena primaria della storia dell’isola, trasformando l’handover in un raddoppio narrativo delle traiettorie dei personaggi, vere e proprie divinità del mondo criminale che si trovano subito dopo il passaggio a sparire nel nulla, perdendo ogni identità, o a ripulirsi in traffici legali a suon di imbarazzanti corruzioni di funzionari pubblici.

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La tecnologia è sempre lo specchio dell’empasse: se nel resto del pianeta – come anche in Cina – il cinema popolare tende all’esagitazione, all’esagerazione senza freni né più appigli, dalle parti di Johnnie To e soci la direzione è invece verso un’essenzialità di purificazione del segno e pulizia totale dello sguardo.
Basta ormai anche solo uno sketch abbozzato di Lam Suet, e tutto il dolore insostenibile sul volto dell’immenso Gordon Lam, oppure la caricatura della figura classica del gangster sopra le righe del cinema hongkonghese portata avanti da Jordan Chan e dal suo cruccio di diventare “più grasso di Chow Yun-fat”… D’altra parte, questi sono i tre veleni del buddismo a cui si riferisce il titolo del film, avidità, odio e illusione: non c’è davvero bisogno di aggiungere altro ai personaggi, alle situazioni.

La procedura non è inedita ai lavori a firme incrociate targati Milkyway: ognuno dei tre autori ha curato la regia di una delle traiettorie narrative incentrate sui tre “re dei ladri” di cui Trivisa è la storia, e l’effettiva triangolazione è opera del montaggio (premiato non a caso agli ultimi Hong Kong Film Awards, dove il film ha portato a casa anche la statuetta per la miglior regia, miglior film, e l’interpretazione di Gordon Lam).
L’aspetto importante, di complessità inedita, è che qui l’intreccio tiene insieme tre figure reali della malavita hongkonghese, figure popolarissime della cronaca nera e dell’immaginario popolare: Kwai Ping-hung l’assassino di poliziotti, Yip Kai-foon il ladro con il kalashnikov, Cheung Tze-keung il sequestratore spendaccione. La facilità e la felicità espressiva con cui questo cinema si permette di giocare con la Storia e la memoria, rilanciando una pratica da sempre alla base delle epiche di cui si nutre l’industria cinese, sono indicazioni preziose da tenere a mente anche ben al di là della cornice del prodotto di genere, dal target ben definito.

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