Vanina Vanini, di Roberto Rossellini

Tra i Rossellini sottostimati, Vanina Vanini è uno dei più incompresi. Un’esplorazione del melodramma che sembra anticipare Jacques Rivette, sospesa tra impeto passionale e cronaca. Il romanzo omonimo di Stendhal – già portato sullo schermo nel 1922 (Vanina di Arthur von Gerlach) e nel 1940 (Oltre l’amore di Carmine Gallone con Alida Valli e Amedeo Nazzari) diventa certamente un’altra esplorazione del potere (quello temporale della Chiesa, della nobiltà) mentre il sacrificio del finale sembra replicare quello di Roma città aperta. Ma Vanina Vanini, girato nel 1961, lo stesso anno di Viva l’Italia, in realtà diventa fondamentale crocevia tra il cinema e la televisione e sembra idealmente anticipare lo straordinario La presa di potere di Luigi XIV.

Roma, 1823. La principessa Vanina Vanini (Sandra Milo) si innamora del carbonaro cesenate Pietro Missirilli (Laurent Terzieff), evaso da Castel Sant’Angelo. Lo segue in Romagna e fa di tutto per fargli cambiare vita e abbandonare la causa rivoluzionaria. Denuncia così i suoi compagni. Lui però, dopo aver scoperto il tradimento, si consegna alle autorità e si fa giustiziare.

Accolto malissimo al Festival di Venezia, bersagliato dalla stampa (che aveva ribattezzato Sandra Milo, al suo primo ruolo da protagonista, Canina Canini), rifiutato dal pubblico, il film fu soprattutto al centro di un acceso contrasto tra il regista e il produttore Moris Ergas che fece doppiare la Milo con la propria voce per cercare di farle vincere la Coppa Volpi e apportò delle modifiche al montaggio non approvate da Rossellini. Tanto è vero che lo stesso cineasta, prima del Festival, scrisse al direttore della Mostra Domenico Meccoli per chiedergli di non proiettare la versione con le modifiche della produzione; erano infatti state soppresse alcune sequenze in cui il personaggio più sacrificato era quello della contessa Vitelleschi interpretata da Martine Carol. Si era rivolto anche alla Pretura di Roma ma non ottenendo alcun successo. La versione voluta dal regista, di 128 minuti (quella che circola è di 113), è comunque conservata negli archivi della Cinématheque Française.

Un altro film malato, cambiato, che invece resta fiammeggiante. Nei suoi rossi esplosivi, in un controllo dove in ogni inquadratura sembra essrci sempre un pensiero dei personaggi come quella di Vanina Vanini che si pettina e sullo sfondo c’è il fuoco. Che ha dentro l’impeto resistenziale di Roma città aperta e Il Generale Della Rovere, che all’interno mostra l’invidiabile libertà di Rossellini di aprire finestre su altri generi di altri film che forse il regista voleva fare come il ‘cappa e spada’ (Terzieff che si arrampica sulle finestre) e il western (l’incontro carbonaro). C’è chi ha tirato in ballo Visconti soprattutto per la passione incontrollata e malata di Sandra Milo che somiglia a quella di Alida Valli in Senso. E la fine del protagonista maschile replica quella di Farley Granger. Ma forse è Il Gattopardo il film più vicino per come mostra la fine di un mondo. Il ballo è meno elaborato ma non meno potente. Anzi, c’è una modernità, un’astrattezza che abbandona la sontuosità viscontiana. Qui il volto s’impone all’ambiente. Come un detour onirico, con la parola che potrebbe apparire come un eco di una voce nel vuoto. Senza Vanina Vanini oggi non avremo avuto il Rossellini televisivo. E che sembra modello ancora di un cinema francese post Nouvelle Vague in costume. Non solo Rivette di La duchessa di Langeais ma anche Rohmer di La nobildonna e il duca. Essenziale e, contemporaneamente, fondamentale.

 

Regia: Roberto Rossellini

Interpreti: Sandra Milo, Laurent Terzieff, Paolo Stoppa, Martine Carol, Isabelle Corey, Nando Cicero

Durata: 113′

Origine: Italia/Francia 1961

Genere: storico/melodramma

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