VENEZIA 66 – "Ehky ya Schahrazad", di Yousry Nasrallah (Fuori concorso)

Quando la misoginia dilagante in un Paese si fonde con il restringimento della libertà d’espressione, i sintomi di un grave malessere sociale appaiono chiari. E allora sarà inutile minacciare, intimidire per tentare di distogliere l’attenzione dalle colpe di un governo inefficiente: più si scaverà in basso e più si scoprirà il marciume che c’è in alto. Perché, in fondo, “tutto è politica”.
Il cinquantasettenne regista egiziano Yousry Nasrallah pronuncia a gran voce la sua denuncia nei confronti di una società nella quale non si riconosce. E lo fa ambientando il suo film nel Cairo dei nostri giorni, raccontando la vicenda di Hebba (Mona Zakki), conduttrice televisiva di un Talk show di successo, la quale tenta attraverso il suo programma di mettere in luce le mancanze della classe dirigente del suo Paese, ma sarà presto costretta a fare un passo indietro per non compromettere la carriera del marito Karim (Hassan El Raddad), vice capo redattore di un importante giornale nazionale. Hebba smetterà di guardare in alto, smetterà di criticare l’operato di coloro che esercitano il potere, e finirà per volgere lo sguardo verso il basso, per scavare a fondo le vicende umane di alcune donne coraggiose che hanno tentato di non lasciarsi piegare dai pregiudizi di una società irrimediabilmente maschilista. La conduttrice scoprirà suo malgrado che lo scarto tra l’alto e il basso non è poi così abissale, e che il marciume depositato sul fondo emana il suo fetore fin dove lei non osava neanche immaginare.
Proprio come nella celebre raccolta di novelle orientali “Le mille e una notte”, nella seconda parte del film il “racconto nel racconto” diviene la costante stilistica che consente il procedere della narrazione. Le donne intervistate da Hebba si raccontano, narrano in pubblico le loro vicende intrise di sofferenza, di umiliazione, di frustrazione e tutte indirizzate verso la ricerca di una rinnovata dignità umana. Se per Schahrazad raccontare storie rappresentava l’unica possibilità di avere salva la vita, per la nostra protagonista, in una parabola uguale e contraria, la salvezza risulta inestricabilmente legata alla necessità di non smettere di raccontare, di continuare a farsi portavoce di tutte quelle donne a cui è stata negata la possibilità di esprimersi liberamente fino a divenire, quasi senza accorgersene, una di loro.
Nasrallah riesce a fondere tra loro idee molto interessanti, pur senza riuscire con continuità a prendere le distanze dalla retorica più estenuante. Ciò che ne risulta è un film lungo che nella prima parte fa forse fatica ad orientare in modo chiaro il discorso da portare avanti. A tratti il “già visto” e il “già sentito” fanno capolino nella narrazione, ma vengono ricacciati indietro dall’evidente volontà di dire qualcosa di nuovo, di proporre, per esempio, un nuovo modello femminile nella filmografia egiziana contemporanea.
E se qualche volta si scorge tra le righe l’ombra del compromesso tra un regista “sofisticato” e uno sceneggiatore dalla vena più commerciale (Waheed Hamed), pazienza. In fondo “tutto è politica”, e il compromesso ne è parte integrante.