VENEZIA 69 – “La Nave Dolce”, di Daniele Vicari (Fuori Concorso)

Ancora una volta, dopo "Diaz", Daniele Vicari si confronta con un momento cruciale della storia italiana, uno di quei passaggi che cambiano, da un giorno all’altro, l’orizzonte. Il giorno è l’8 agosto 1991, quello dello sbarco a Bari della Vlora con 20.000 albanesi a bordo. Se è vero che in quei primi anni novanta i cambiamenti erano epocali in tutta Europa con la caduta del muro che copre di maceria tutta una serie di piccoli regimi dell’est e balcanici (tra i quali, ovviamente, anche l’Albania) che erano vissuti fino ad allora in una sorta di bolla temporale che li teneva prigionieri agli anni ’50, è altrettanto necessario ricordare che in quell’estate del ’91 anche il nostro paese si trova alla vigilia di sconvolgimenti epocali: a Tangentopoli mancano poche settimane (l’inverno successivo) e l’estate successiva sarà quella delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Dunque in quell’estate del ’91 anche il nostro è un “regime morente” con Andreotti a capo del governo (il governo del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”) e Cossiga (ancora per pochi mesi) presidente della Repubblica.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

----------------------------------------------------------------

In un contesto così instabile l’arrivo della Vlora pone la città di Bari in primis, il governo ed il paese tutto, di fronte al dilemma di quale strategia adottare: se quella umanitaria dell’accoglienza come istintivamente prova a fare la città con i volontari ed in testa il Sindaco o quella della fermezza e dei respingimenti, anche a costo di scelte disumane visto che a causa dell’imponente numero i cittadini albanesi vengono abbandonati a loro stessi all’interno dello stadio per alcuni giorni con il cibo lanciato dagli elicotteri e privi di ogni forma di ordine pubblico. Si crea dunque uno scontro istituzionale, ma sarebbe più appropriato parlare di “umiliazione istituzionale” con il Capo dello Stato che arriva a Bari ed accusa (le immagini di quella conferenza stampa sono fra le più scioccanti) l’attonito Sindaco Dalfino di irresponsabilità e ne auspica la rimozione da parte del Governo. Da quel momento, dunque, il nostro paese (che allora contava poco più di 200.000 straneri su tutto il territorio nazionale, contro i 4.500.000 di oggi) decide di trattare la questione immigrazione non con gli strumenti della politica ma con quelli dell’ordine pubblico. Scelta che da allora in poi verrà ripetuta in tutti i passaggi cruciali della nostra democrazia: Genova naturalmente, ma anche la gestione del terremoto a L’Aquila è figlia della stessa impostazione.

 

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------

Questo è quanto ci ricorda “La Nave Dolce” visto che come dice Vicari di quell’avvenimento abbiamo in mente solo frammenti (la nave carica, il porto invaso) ma ne perdiamo molti altri (la segregazione durata giorni ed il rimpatrio pressoché totale), forse perché “tendiamo a dimenticare in fretta le cose di cui ci vergogniamo”. La bravura di Vicari sta, oltre che nel riconoscere nella vicenda della Vlora un momento cruciale per il nostro paese, anche nello scegliere i toni ed i modi giusti per raccontarla, rinunciando a farne un’opera lacrimevole (unica concessione all’empatia con lo spettatore: l’emozionante colonna sonora di Teho Teardo) o fornendo un punto di vista precostituito con (ad esempio) voce narrante o domande preconfezionate ai testimoni.

La storia, invece, è raccontata direttamente dai testimoni, perfettamente assortiti: fra cui il Capitano della Vlora, alcuni passeggeri (fra i quali il ballerino Kledi Kadiu che venne rimpatriato in quell’occasione ma tornò un paio di anni dopo) e l’ispettore di polizia di frontiera del porto di Bari, così come la ricordano e senza cedere al sentimentalismo. I loro racconti, ripresi in modo spartano con camera fissa e fondale bianco, si alternano alle immagini dell’epoca provenienti dalle più svariate fonti: TV nazionali, locali, filmati amatoriali girati al porto di Durazzo, che invece sono ricche di un'enorme forza narrativa, fosse anche solo per la bellezza delle quali il documentario merita la visione.