#Venezia77 – Le sorelle Macaluso. Incontro con Emma Dante

Da domani nelle sale italiane la trasposizione cinematografica dell’omonima pièce. Un film che c’insegna il vero valore della sorellanza,dell’amore,«alla forza di quando si è insieme»

Con Le Sorelle Macaluso, ultimo film italiano in Concorso, Emma Dante torna a Venezia a sette anni da Via Castellana Bandiera, esordio sul grande schermo della drammaturga palermitana. L’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo, dove vivono da sole, senza genitori; una casa che porta i segni del tempo che passa, come chi ci è cresciuto e chi ancora ci abita.

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All’origine c’è un’omonima pièce teatrale ancora in cartellone in giro per il mondo, trasposta questa volta sul grande schermo, grazie all’attento lavoro dell’appena nata produzione Rosamont, creata da Marica Stocchi e Giuseppe Battiston, entusiasti di essere qui al Lido, «siamo stati conquistati dall’urgenza poetica e comunicativa nel lavoro di Emma che si esprime in sentimenti fortissimi, talvolta violenti, fuori dal comune», che li hanno spinti a credere in questo passaggio dal teatro al cinema. La stessa Dante ha confermato l’entusiasmo per la fiducia che le è stata data: «Innanzitutto mi sembra un miracolo esser qui e ricominciare a sognare. Detto questo sì, si tratta di un film che nasce come pièce teatrale che prevedeva una famiglia più allargata che nel film, ci sono anche i genitori ma non c’è la casa, c’è il palco vuoto. Eppure io queste sorelle le sento un po’ di famiglia, ed ho pensato che un film poteva aiutarmi a dargli una casa vera, ammobiliata. Ed ho pensato che la casa potesse dargli un corpo, è lì che risiede tutto quel che abbiamo è custodito nella nostra vita, così è nata l’idea di far diventare la storia più visionaria». 

Una trasposizione che ha richiesto alle attrici un grande lavoro di preparazione, «due settimane chiuse nella casa. Dovevamo avere un’emozione in comune, una somiglianza emotiva», dice Donatella Finocchiaro, una delle interpreti di queste sorelle, «il mio personaggio ha questa rabbia, non è una donna realizzata. Il clima che si è creato durante le prove è stato fondamentale. Si racconta che Emma ti massacra fisicamente, mi ero portata le scarpette da ginnastica, invece c’è stato un grande lavoro emotivo e sul gesto» ed aggiunge Emma Dante: «non volevo usare il trucco per fare invecchiare i miei personaggi. Rendere protagonista il tempo, come chirurgo plastico, che deforma e decide come manipolare i corpi. Un film sul tempo che crea le differenze tra di noi grazie ai cortocircuiti della vita. Il cinema può fare questa cosa molto bene, se lo spettatore accetta questa cosa».

Tempo ma anche spazio, che sin dal suo esordio è molto importante, così importante da intitolare il film ad un luogo preciso. Uno spazio che è fatto di assenze ingombranti, come quella delle figure genitoriali: «In fase di scrittura ci siamo domandati a lungo chi erano e cosa fosse successo ai genitori. Noi non stavamo raccontando la trama delle sorelle. Stavamo entrando nella vita di queste sorelle in tre momenti forti, traumatici, tre appuntamenti con la morte. 3 veglie. Ma i genitori sono sempre presenti, perché la colombaia è il nido, come ci ricorda anche Pascoli: un luogo magico da cui si può uscire ma in cui si torna sempre…»

Oltre alla casa-nido c’è però anche lo stabilimento balneare Charleston, punto di riferimento di Mondello, luogo del cuore di Dante che aggiunge, «si tratta di un’istituzione degli anni 90 ma anche un aspetto sentimentale perché ci andavo da piccola. Ora non si chiama più così, era per me un luogo del cuore, ci andavo con gli amichetti ad infilarmi sotto le palafitte, riverbero della luce, il suono e ce l’ho rimesso perché poteva essere un posto bello per creare un corto circuito nella memoria». 

Un film che parla di morte certo, ma anche di vita, di quotidiano e Dante smentisce con forza le insinuazioni di chi dal pubblico parla di eccessiva anormalità ed impulsività, di sessualità e follia.

«Ci sono cose che non si possono spiegare, mi dispiace. Non è un film a tema ecco, è un film che racconta la vita di 5 persone che inevitabilmente muoiono, si innamorano di un’altra donna, si ammalano… Sono tutte cose che succedono nella vita di una famiglia. L’omosessualità per me non è un tema speciale, è la normalità, una cosa naturale come la morte».

Tre età della donna sotto il segno del legame, sia esso affettivo o amoroso, un cinema delle donne sulle donne; questo, vuol dire sorellanza, come ribadisce la regista, « tutto ciò mi fa tornare bambina, mi fa pensare che le donne possono essere solidali e felici se una ha successo. Penso ad una conquista, a delle guerriere. E poi mi fa pensare all’amore, al legame, la forza di quando si è insieme, che è più forte di quando si è da soli».

Da domani nelle sale italiane con Teodora Film.