"Boogeyman - L'uomo nero", di Stephen Kay
La qualità più importante di questo horror è che che vi si riporta alla ribalta l'ormai dimenticata supremazia del non-mostrato, sotto il segno di un uomo nero nella sua accezione più pura: presenza onirica che si annida dietro la porta di un armadio a muro o dietro un angolo che la mdp (ri)disegna con un ampiezza ben maggiore dei suoi reali 90°.
Mai il narratore è vittima del suo racconto. Mai almeno fino a che un ripostiglio non risucchia il padre del piccolo Tim (Barry Watson, già in Killing mrs. Tingle accanto a "miss Cruise" Katie Holmes, non accreditato in Ocean's eleven, forse più noto al pubblico per la serie tv Settimo cielo), protagonista di quest'horror a metà tra il psicologico e il paranormale che 20 anni dopo combatte ancora contro i fantasmi della sua mente (o era/é realtà?). L'immagine in Boogeyman viene morbidamente fratturata come la luce (ispirata alla mistericità dei quadri di Francis Bacon), specchio emotivo e psicologico delle sensazioni di Tim, materia stessa dei nostri incubi/sogni. Ma anche la costumista Jane Holland aggiunge il suo tocco, elementare ma efficace (capace di passare inosservato, forse, anche sotto gli scrupolosi occhi di un fan del genere), fornendo il protagonista di una maglietta bianca e pantaloni neri ed elevandolo, così, ad esemplificazione vivente della materia stessa di cui siamo composti: luce/buio, razionalità/paura, optando per un "manicheismo costumistico" scevro da ironie craveniane. L'esasperazione dei grandangoli o le torsioni dei movimenti della mdp si fanno, saggiamente, nella regia di Kay veicoli votati ad una ricerca impossibile: materializzare il soggetto delle nostre paure. La qualità arcaica più importante di questo horror è che che vi si riporta alla ribalta l'ormai dimenticata supremazia del non-mostrato sotto il segno di un uomo nero nella sua accezione più pura: presenza onirica che si annida dietro la porta di un armadio a muro la cui catenella da azionare per "far luce" sembra sempre illocalizzabile, troppo lontana dal rattrappita titubanza di un braccio oppure dietro un angolo che la mdp (ri)disegna, dilatandolo, con un ampiezza ben maggiore dei suoi reali 90°. Un'invisibilità tuffata (e spersa) nella "visibilità" del nero assoluto. Così il regista (autore dello splendido La vendetta di Carter), in un'epoca che sempre più spreme l'horror nelle sue caratteristiche di genere "transgenico" per eccellenza, torna alle origini della paura cinematografica (trovando anche il tempo di omaggiare il produttore Raimi con la fisicità donata alle "case", l'Hooper di Poltergeist col risucchio del rifugio del babau, Il villaggio dei dannati coi bambini che circondano Tim) prendendo le distanze da immortali germogli collaterali del baubau originario: il freudiano e beffardo Freddy Krueger delle serie Nightmare, il Candyman che si materializza nella luminosità "speculare", il Leatherface con rombante motosega di Non aprite quella porta, il drappeggiato Darth Vader di Star Wars, gli slasheristici Jason di Venerdì 13 e Michael di Halloween, il più recente, munchiano, killer di Scream o quello, a passo uno, coperto di stoffa verdognola grossolanamente cucita nella sublime animazione del capolavoro burtoniano Tim Burton's The nightmare before Christmas. E in questa "regressione" all'interno del genere risiede il più potente balzo, ossimorico nella sua contemporaneità, in avanti e "à rebours" di Boogeyman.
Titolo originale: Boogeyman
Regia: Stephen Kay
Interpreti: Barry Watson, Emily Deschanel, Skye McCole Bartusiak, Tory Musett, Andrew Glover, Lucy Lawless
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 89'
Origine: Usa/Nuova Zelanda, 2005
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