CANNES 59 - "Il Caimano", di Nanni Moretti (Concorso)

Non solo un film su Berlusconi, ma prima di tutto un film sul cinema, fatto di sogni e visioni ma ancora di intimità nascoste, sperimentale come Godard, libero come Truffaut. Un'opera complessa, indecifrabile coraggiosa che si apre anche su squarci musical da antologia. Un'autentica lezione di regia

No, non è un film su Berlusconi. O almeno, non solo. Il caimano è invece tra i film più complessi, indecifrabili e coraggiosi dell'opera di Nanni Moretti. E lo è prima di tutto da un punto di vista cinematografico che contenutistico, a livello proprio di sperimentazione visiva in cui la struttura narrativa classica di La stanza del figlio si incrocia con quelle forme di soggettivo autobiografismo di Caro diario o Aprile.

Il caimano è ancora un film sul cinema, e più specificatamente un film sulla genesi della scrittura che si trasforma in immagine proprio sotto gli occhi dello spettatore. Questo procedimento era già evidente nelle peregrinazioni di Moretti stesso in Aprile e Caro diario o nei sogni/visioni di Michele Apicella in Sogni d'oro o Palombella rossa. C'è anche in questa pellicola quel limite frantumato tra lo schermo e la vita, quella rottura di quel punto di intersezione quasi "godardiano". Lo schermo, la sala. Come Anna Karina guardava La passione di Giovanna d'Arco di Dreyer in Questa è la mia vita, cosi il produttore Bruno (Silvio Orlando) rivede proprio all'inizio di Il caimano delle tracce del suo passato con la proiezione di un B-movie degli anni '70 dal titolo Cataratte. Stavolta Moretti affida davvero il proprio alter-ego a un altro attore, proprio nella figura di questo produttore col conto in banca in rosso, in crisi con la moglie Paola (Margherita Buy) e padre di due figli che sembra riprendere entusiasmo dopo che un'aspirante regista, Teresa  (Jasmine Trinca), che fino allora aveva diretto soltanto due cortometraggi, gli propone di fare un film ispirato alla figura di Silvio Berlusconi.  La figura del presidente del consiglio emerge così dalla scrittura della sceneggiatura di Teresa ma anche dall'inconscio della cineasta e del produttore. Gli inizi di Berlusconi negli anni '70, la sua scalata al potere, la frase ricorrente "Da dove vengono tutti quei soldi?" ripetuta dal giornalista dissidente interpretato da Toni Bertorelli sono come delle visioni, delle apparizioni oniriche quasi alla Truffaut che richiamano i violenti risvegli del regista Ferrand nel sonno (interpretato dallo stesso Truffaut) in Effetto notte. Lo stesso Berlusconi poi appare in dei filmati visti da Bruno e Teresa, come quello in cui consigliò di fare il kapò a un capo delegazione dell'Spd all'Europarlamento. Quindi anche in questo caso, ancora una divisione eliminata tra lo schermo, quello televisivo, e la realtà. Alla fine il presidente del Consiglio prende forma attraverso la figura di Moretti stesso. Del film su di lui infatti si gira la scena del processo. Moretti prende l'anima del Cavaliere che appare quasi una reincarnazione del ministro Botero di Il portaborse di Luchetti, in uno dei momenti più lugubri, più spettrali ma anche più forti ed avvolgenti del film. I colori della fotografia di Catinari sembrano quasi circondare l'immagine di una dimensione-dark, prefigurando visioni apocalittiche come le fiamme il fuoco davanti al tribunale dopo la sentenza.

Ma Il caimano è anche altro. E' un ritratto ancora privato forse autobiografico forse no, luogo di intimità nascoste, di piccoli traumi e dolori privati. Il ritratto di Bruno nella sua famiglia, il rapporto con i figli, la scena in cui gioca con loro a letto, quella dove va a vedere la partita di calcio del figlio maggiore cercando di convincere l'allenatore a metterlo in campo o i momenti in cui, assieme alla moglie, non ha il coraggio di comunicare ai figli che si stanno separando è ancora l'esempio di un personalissimo e vibrante journal intime, diario privato in cui si entra direttamente con lo sguardo e con la testa dentro quella vita.

C'è tutto un cinema tattile, vissuto, dentro Il caimano. Sguardi, ossessioni, di vita/di cinema, dalla cinefilia quasi alla Tarantino con cui si riscopre una pratica produttiva e realizzativa del cinema di genere italiano degli anni Settanta. Ma soprattutto con visioni che hanno una potenza degna del cinema di Fellini (Bruno che vede una nave enorme trainata per strada che verrà utilizzata per un film su Cristoforo Colombo, film che voleva produrre) che si sposta proprio in un set proprio del regista romagnolo, quella spiaggia quasi riciclaggio di quella del finale di La dolce vita in cui si sta girando il film proprio su Colombo dove ci sono il regista (Giuliano Montaldo) e l'attore (Michele Placido) che hanno abbandonato e tradito il produttore. Dentro il film però sono anche presenti quegli slanci improvvisi, quelle euforie musical che spesso ritornano nel cinema di Moretti; da antologia quel balletto della costruzione del set, con un piano unico che abbraccia più movimenti, segno ancora riconoscibile di un cinema sempre più rigoroso e sempre più libero. Un'autentica lezione di regia.

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