"Le rose del deserto" di Mario Monicelli

Il cinema di Monicelli non è più quel frammento del mondo vero, è la macchietta ridondante, è la caduta nella banalità, violenta e indifferente nella sua monotonia, forma più sottile di sterminio. Un vero "teatro" della crudeltà, della nostra crudeltà, completamente sdrammatizzata per qualche traccia di sangue: nostalgia galoppante di "miti gerarchi"

Ne La (prima) grande guerra la comicità più esplicita del neorealismo di facciata di Monicelli apriva varchi nell'acre gusto della satira e a volte della semplice parodia. La farsa faceva capolino tra i toni grotteschi della drammaticità. Demistificatore caustico, Monicelli, oggi è tra gli ultimi rappresentanti del cinema italiano che fu, o è un naufrago di un Paese che sa soltanto ridere degli "antieroi"? L'antieroe Monicelli è ritornato in Africa, dopo Squadrone Bianco (del 1936, in cui Monicelli è l'aiuto regista di Augusto Genina), forse più svilito, forse meno interessato agli aspetti rivelatori della società del tempo, ma sempre testardamente nostalgico. Le rose del deserto è girato in Tunisia ma dovrebbe rappresentare la Libia nel 1940, ispirandosi al romanzo di Mario Tobino, "Il deserto della Libia". Un drappello di uomini della Croce Rossa, è inviato nel deserto a dare man forte alla spedizione italiana del Generale Graziani, impegnata sul fronte africano. Tutti sembrano convinti che la guerra durerà poco e che la vittoria è sicura. Allora nessuno sembra effettivamente interessato alle vicende belliche: c'è chi prende il sole, chi scrive alla propria amata ignaro della sua infedeltà, chi ha deciso di arruolarsi per poter viaggiare, chi spera di potersi sposare per procura e chi non vede l'ora di far conoscenza con le "bellezze" esotiche. Una "sturmtruppen" benedetta da un missionario (Michele Placido). Lentamente gli eventi precipitano e gli attacchi degli alleati mieteranno vittime nel gruppo, alla ricerca di una causa per cui combattere. Come Fascisti su Marte, nel deserto di un'oasi di morte, la guerra di Monicelli non va oltre il set chiuso dalle palme. I corpi si muovono nella compiutezza di un gesto, di una battuta, di un movimento di macchina agognato, che richiedono la nostra compassione, la nostra cura, la nostra pietosa assuefazione. Cinema del frammento, enigma e casualità, in cui tutto sembra procedere ininterrottamente, colmo di espressione che non spezza ciò che resta in ogni bella apparenza come eredità del caos: la totalità falsa, aberrante, la totalità assoluta. Il cinema di Monicelli non è più quel frammento del mondo vero, è la macchietta ridondante, è la caduta nella banalità, violenta e indifferente nella sua monotonia, forma più sottile di sterminio. Un vero "teatro" della crudeltà, della nostra crudeltà, completamente sdrammatizzata per qualche traccia di sangue. Come quel soldato che dorme tra i cadaveri che viene rimproverato dal frate intento a benedire: "Se vuoi dormire, fallo come una persona viva... russa!". Nostalgia galoppante, a passo repentino, come quei fotogrammi accelerati di "miti" gerarchi.

Regia: Mario Monicelli

Interpreti: Alessandro Haber, Giorgio Pasotti, Michele Placido, Fulvio Falzarano, Moran Atias, Tatti Sanguineti

Distribuzione: Mikado

Origine: Italia, 2006

Durata: 102'
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