"Fast Food Nation", di Richard Linklater
Presentanto in Concorso al Festival di Cannes del 2006, tratto dal bestseller di Eric Schlosser e prodotto da Jeremy Thomas, il film di Linklater appare intrappolato in una scrittura che lo rende immobile e statico e si disperde in più vicende parallele che allentano la tensione degli squarci più vicini alle forme del documentario e condiziona uno sguardo che mortifica anche lo spazio della frontiera
Più che di Richard Linklater, l’originaria idea di Fast Food Nation è di Jeremy Thomas. Il produttore inglese aveva infatti intenzione di portare sullo schermo il bestseller omonimo di Eric Schlosser, pubblicato nel 2001 e poi ha contattato il regista di Prima dell’alba per il film. Già dall’inizio del progetto però Thomas già aveva concepito di realizzare il film in chiave narrativa e non di documentario. Eppure all’inizio del film sembra il contrario. Si vede il dettaglio di un hamburger della catena Mickey’s e si pensa a un altro ritratto delle catene alimentari statunitensi come quello fatto da Morgan Spurlock con MacDonald’s in Super Size Me. Poi la macchina da presa va ad inquadrare la carne del cibo e in quel momento si entra proprio nella vicenda che vede Don Henderson (Greg Kinnear), uno dei dirigenti della catena Mickey’s Fast Food Restaurants, viene a sapere da alcune fonti che i Big One, uno dei piatti tipici dell’azienda, è fatto con della carne contaminata. Don decide così di partire per andare nel cuore dell’America media dove c’è il mattatoio che rifornisce la carne alla Mickey’s. e scopre anche il giro di immigrati clandestini che ci lavorano dentro. Ci sono tutte le forme per un cinema di denuncia civile che emerge paradossalmente proprio nei frammenti più oggettivamente documentaristici, come quelli della catena di montaggio della fabbrica o della carne macellata. Fast Food Nation, scritto dallo stesso cineasta assieme all’autore del romanzo e presentato in concorso al Festival di Cannes del 2006, però si disperde in più storie parallele finendo per allentare la tensione. Il cinema di Linklater è frequentemente basato sulla parola e quindi forse per questo c’è questa esigenza di molteplicità narrativa. In alcuni momenti però Fast Food Nation diventa totalmente statico come nel lungo dialogo tra Greg Kinnear e Bruce Willis, dove il secondo è una specie di agente di commercio della zona che difende il modo con cui vengono fatti gli hamburger che vengono venduti alla Mickey’s. Staticità e immobilità piuttosto inconsueta per il cinema di Linklater dove la scrittura crea invece dei sottili movimenti sotterranei, delle mutazioni visive, dei cortocircuiti sentimentali. Forse il romanzo da cui è tratto il film può aver limitato, quasi ostruito lo sguardo del cineasta americano. Però Fast Food Nation appare frenato anche in alcune azioni come il tentativo di un gruppo di studenti di liberare le mucche o nel clima intimidatorio che un responsabile del luogo dove si macella la carne esercita sui lavoratori immigrati. Soprattutto però l’opera di Linklater appare spenta nel modo in cui viene inquadrata la frontiera tra Stati Uniti e Messico, in cui quegli squarci western vengono visti quasi alla stessa maniera di un cineasta furbo e vuoto come Soderbergh. C’è solo un momento forte nel film ed è quello dell’incidente di due immigrati sul posto di lavoro. Forse l’unico bagliore cinematografico di un film invece troppo pensato, dove la protesta politica resta intrappolata nella scrittura. E l’immagine finale è da dimenticare soprattutto per un cineasta come Linklater. Tra gli attori presenti nel cast del film ci sono anche Ethan Hawke, Patricia Acquette e Kris Kristofferson.
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