VENEZIA 64 - "La graine et le mulet" di Abdellatif Kechiche (Concorso)
Il terzo film di Kechiche è una pellicola ricca di affreschi privati che diventano pubblici, impeccabile in concretezza registica, sorprendente per come riesce a creare ritmo ed emozione con pazienza quasi chirurgica, abbandonando lo spettatore, dopo una estesa prima parte introduttiva, a un’ultima ora straordinaria per intensità e orchestrazione di eventi
Dopo il sorprendente La schivata, Kechiche giunge al suo terzo film con una pellicola che ne conferma il talento assoluto di narratore e fine antropologo. Non che La graine et le mulet sia un'opera completamente riuscita e perfetta. E’ anzi qua e là involuta e ripetitiva, a tratti faticosa. Eppure sa crescere gradualmente dentro lo spettatore come pochi film sanno fare. Il cinema di Kechiche è figlio di una visceralità che non conosce mezze misure, sempre consapevole delle sue origini profonde e riconoscibilissimo in esse. Il regista frano-tunisino in questa sua ultima fatica, che partecipa al Concorso ufficiale, narra gli sforzi che la comunità magrebina di una città francese del Mediterraneo compie affinché Slimane Beiji, operaio sessantunenne costretto a lavorare part-time dopo anni di sacrifici e duro lavoro, riesca ad aprire un ristorante all’interno di una vecchia barca abbandonata. Ad aiutarlo contribuiscono anche le due famiglie che l’uomo che si è costruito negli anni, con tutte le loro crisi interne, le incomprensioni, l’affetto e la voglia di farcela contro un sistema che sembra ancora essere ostile a loro.
La graine et le mulet è un film ammirevole e allo stesso tempo instancabile per la sua incessante brama di raccontare, senza impedire al superfluo di farsi Cinema. Colpiscono soprattutto la complessità stratificata con cui sfiora ambienti e psicologie e la grande capacità di raccontare il gruppo etnico senza scivolare nel clichè, ma anzi immergendo l’opera nell’umanità più vera. Come fosse un work in progress fatto di tentativi, monologhi, parole e sospiri, sentimenti implosi e vigorie improvvise, dove l’affettuoso ritratto di una generazione e di un microcosmo culturale rivendica la propria esistenza a oltranza all’interno del film stesso. Ecco allora che la sua prolissità (151 minuti), l’incedere di intere sequenze dialogate che spesso sembrano interminabili, finiscono con l’essere tutti elementi fondamentali e meravigliosamente necessari nel loro evidente squilibrio, perché figli di un percorso extrafilmico e di un’idea di racconto cinematografico che proprio non riesce a non amare le storie e i volti che racconta, impedito a staccarsene e ad abbandonare il soggetto (e il progetto) filmato. Cinema di affreschi privati che diventano pubblici, impeccabile in concretezza registica, sorprendente per come riesce a creare ritmo ed emozione con pazienza quasi chirurgica, abbandonando lo spettatore, dopo una estesa prima parte introduttiva, a un’ultima ora straordinaria per intensità emotiva e orchestrazione di eventi.
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