BERLINALE 58 - "Transsiberian", di Brad Anderson (Panorama)

Torna al cinema Brad Anderson, l’autore di L’uomo senza sonno e di Next Stop Wonderland: con Transsiberian, presentato nella sezione Panorama della 58. Berlinale, il regista statunitense si diverte a giocare con i propri personaggi, come fa il gatto con il topo, realizzando una pellicola in cui il thrilling cede pian piano il suo spazio al nonsense e all’assurdo. Grande cast dove svetta su tutti la spigolosa Emily Mortimer, vista ultimamente in Lars e una ragazza tutta sua.

Presentato un pò in sordina all’interno di quella che, almeno finora, si è contraddistinta come la migliore sezione della 58. Berlinale, Transsiberian sembra essere la classica pellicola di passaggio all’interno di una carriera registica pure assai incatalogabile come quella di Brad Anderson. L’autore di uno dei migliori Masters of Horror –Seconda stagione (decisamente più involuta della prima), suo era infatti l’episodio Sounds Like, e de L’uomo senza sonno, incubo terrificante certamente sottostimato (così come la follemente lucida intepretazione resa da Christian Bale, uno spettro in carne ed ossa...), torna al cinema con un film forse volutamente minore, quasi un divertissment macabro e sadico al punto giusto. Anzi, sembra proprio che il regista si sia voluto divertire in primis con i propri personaggi, accostabili più ad una commedia dell’assurdo che ad un thriller dal sapore vagamente hitchcockiano e ingabbiato in un simil-Orient Express à la Christie. Woody Harrelson e la bravissima Emily Mortimer sono, infatti, una dolce coppietta yankee in cerca di avventure sulla celebre ferrovia euro-asiatica, la Transiberiana appunto: scelta discutibile, si converrà, tant’è che verranno coinvolti in spacci di droga, sequestri, violenze, perfino torture, in una spirale quasi paradossale di “sfiga” che sembra inseguirli e perseguitarli fino all’inferno algido delle steppe russe. Anderson dà campo libero all’istrionismo dei suoi attori, e se Harrelson gigioneggia come suo solito c’è un Ben Kingsley che si diverte a fare il cattivo russo, con tanto di karasciov sempre stampato in bocca, e alla fine sembra crederci anche lui allo scherzo che il poco più che quarantenne regista statunitense gli ha cucito addosso. Atmosfere glaciali e claustrofobiche a parte, l’opera di Brad Anderson conferma ma non aggiunge nulla sulle sue ben note capacità autoriali, ennesimo tassello di un discorso ben più stratificato e magmatico inerente le distorsioni della realtà, nelle sue devianze sia patologiche (come ne L’uomo senza sonno e nell’episodio del Masters of Horror) che anarchiche, come in questo Transsiberian, dove tutto sembra svilupparsi secondo un ordine partito dal Caos.

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