ATLANTIDE 2008 - "Iniohos", "...Mehri to ploio", "Evdokia" di Alexis Damianos
Vera presenza esplosiva del mito all’interno di questo festival, la retrospettiva dei 3 film di Alexis Damianos svela un cinema colossale, smisurato, teso fino allo spasimo, di tanta isterica bellezza da far letteralmente tremare di esaltazione polsi e ginocchia, che rompe ogni presunzione di equilibrio con tre ballate di tre cose selvagge: la resistenza (alla tortura, alla nostalgia, all’ordine che tenta di affogare il desiderio) l’amore e la terra, un territorio non morale, ma soltanto estatico e impulsivo, dove bestialità e commozione sono impossibili da districare. VIDEO.
Vera presenza esplosiva del mito all’interno di questo festival, la retrospettiva dei 3 film di Alexis Damianos svela un cinema colossale, smisurato, teso fino allo spasimo, di tanta isterica bellezza da far letteralmente tremare di esaltazione polsi e ginocchia: con una purezza, una generosità e una potenza concentrata nelle opere di pochi altri registi alieni (Aristakisyan?) Alexis Damianos rompe ogni presunzione di equilibrio con tre ballate di tre cose selvagge: la resistenza (alla tortura, alla nostalgia, all’ordine che tenta di affogare il desiderio) l’amore e la terra, un territorio non morale, ma soltanto estatico e impulsivo, dove bestialità e commozione sono impossibili da districare. Così Iniohos, Evdokia (già ospite del Festival di Taormina per Enrico Ghezzi) e …Mehri to ploio sono invasi di febbre di vita: la sublime apologia di una tensione erotica totalizzante nelle corse imbizzarrite, sempre a piedi nudi senza mai ferirsi, già ferite (e ferenti) solo con la loro presenza, delle sue femmine innocenti (insieme orfana, baccante, cucciolo e belva feroce, creatura greca), le sperimentazioni ardite di riprese che affondano di slancio nelle loro gole scoperte, che vanno a cercare nelle vene in tensione del collo, nel palpito della mascella, nell’inumidirsi degli occhi – di rabbia che si scioglie in pietà, improvvisa come un fulmine, – la macchina da presa che scalpita e si intromette come fosse viva nella lotta corpo a corpo che si verifica di colpo, come un intreccio di statue greche che perdono tutta la nervosa compostezza per mordersi e sopraffarsi; filmare la guerra aspra e affamata, “la resistenza del corpo nudo alle percosse” (tutta la prima parte di Iniohos è una vertigine collettiva divisa tra cella e corpi avvelenati dalle bastonate del potere, che ugualmente perdono a vista sangue, denti e umori, che colano via direttamente in terra come concime, cantano ferocemente, traversano la tortura, e perdono pezzi di umanità ritrovandoli nei posti più impensati, vengono strappati al loro presente senza scampo dall’apparizione di un rossetto scarlatto e di un ballo ingenuo di cabaret alla finestra) e su tutto, il rumore di fondo assordante di una Storia universale che fa a brandelli storici e storiografi e urla attraverso le canzoni popolari, che sono parte dei film come dialoghi, e sono direttamente frammenti della memoria di autentico poeta del regista; boato che oltrepassa tutte le epoche nelle mani negli occhi dell’auriga, Eniochus, rivelato e rivelatore, che dai ’40 ai nostri giorni combatte solo con lo sguardo e con le mani, assorbe tutto il dolore e l’impossibile bellezza del paese che gli crolla intorno, mentre qualcuna può lavargli i capelli ridonandogli la sua dolcezza eroica di monumento delfico, e altri, stringono una parte del corpo a casaccio sé come un gioiello, traversano l’epica come un pandemonio, nel senso etimologico del termine: il primo episodio di …Mehri to ploio (ma il trittico intero è sublime) è un mostro panico, una canzone fatta di martelli da fabbro che senza parole costruiscono un dialogo sconvolgente; la folle altalena sospesa tra le montagne e l’abisso terrorizzante di Evdokia è un simbolo eterno di comunione con un’ ebbrezza innominabile e inesplorata; la visione di uno dei prigionieri di Iniohos, assistito da un fantasma di donna, baratro di invocazioni mistiche derise da un compagno di cella senza perdere un grammo della loro natura di sussurro di terrore lacerante, è rapimento che lascia sbigottiti e desiderosi di adorare la natura e il suo mutare e il suo disfarsi con le mani affondate nel terreno; sprazzi di preghiera incandescente che mutano in leggenda nella cocciutaggine resistente dell’eroe Kostas Kutras, che danza satiro ed eroe, ladro di vergini, disprezzando la morte, e sventola le mutande insanguinate della sua sposa rubata sotto gli occhi dei nemici. Le uniche parole possibili della morte: “non credevo che finisse così”; la costruzione in forma di danza, nello spazio di un secondo, di emozioni tanto sensuali e distruttive da votarsi alla sfocatura e all’abbandono della parola
Due estratti da Evdokia di Alexis Damianos (1971)
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