VENEZIA 65 - "Gake no ue no Ponyo (Ponyo on the Cliff by the Sea)" di Hayao Miyazaki (Concorso)
La magia di Miyazaki torna sul grande schermo con un’opera di sintesi, volta ad annullare le dicotomie per andare oltre le strategie codificate dalle opere precedenti, dove l’autore si mette in discussione per riaffermare se stesso e il suo piacere per l’opera disegnata e il mondo che viene messo in scena
Oltre le visioni animiste di Princess Mononoke, quelle fiabesche de La città incantata e i conflitti fra tempo e popoli in guerra de Il castello errante di Howl, c’è la sintesi e la serenità di Gake no ue no Ponyo (presto nelle sale per Lucky Red), film nel quale Miyazaki sembra volersi rimettere in discussione, chiudendo un cerchio per aprirne contestualmente un altro. Effettivamente pochi registi oggi sembrano superare e al contempo dare un senso alla consunta definizione di “autore” come fa Miyazaki, reinventandosi per puntualizzare, innovandosi per espandere il proprio universo visivo, immaginifico e tematico, ponendosi in discussione per riaffermare se stesso. Ogni film di Miyazaki è per questo una tessera di un mosaico, mai uguale a se stessa eppure immediatamente riconoscibile nella sua identità.
La ricerca quindi di un punto di contatto fra i vari universi in continua evoluzione, che si toccano e si distanziano, porta stavolta il mago giapponese dell’animazione a raccontarci la storia della piccola Ponyo, un pesce dal volto umano che stringe amicizia con Sosuke, un bambino che vive su uno scoglio affacciato su Inland Sea. Ponyo proviene dalle profondità di un mare inquinato dall’industria ma che ancora non ha abbandonato la magia di un tempo antico, dove lo stregone Fujimoto cova il desiderio di rivitalizzare il mondo liberandolo dalla piaga di quell’umanità della quale anch’egli un tempo faceva parte ma che ha abbandonato per abbracciare la vita negli abissi. Ponyo però è diversa dal padre, dopo aver ingerito il sangue di una ferita di Sosuke acquisisce forma umana e vuole riunirsi all’amico terrestre. Un’unione osteggiata da Fujimoto, ma che sembra trovare l’avallo della Grand Mamarre, la madre della piccola Ponyo.
I temi cari all’autore quindi ci sono tutti, ma la loro affermazione non è propedeutica a una voglia di ripetere il già detto, quanto a definire le coordinate di un mondo all’interno del quale muoversi per cercare un punto di contatto fra realtà differenti e nel quale ridiscutere il ruolo della magia e della fantasia: in fondo tra l’acqua e la terra, le donne anziane e i giovanissimi protagonisti, la misantropia di Fujimoto e l’estremo altruismo di Grand Mamarre corre un sentimento unico che tiene unito tutto l’insieme e che permette ai personaggi di stazionare senza soluzione di continuità all’interno di una devastazione che è anche un re-inizio (privo però della dolorosa cupezza apocalittica di Nausicaa o Mononoke), dove i pesci hanno facoltà di parola e Ponyo può transitare dalla forma umana a quella animale, in modo non dissimile da quanto la Sophie del Castello errante di Howl vagava fra gli stadi di giovinezza e vecchiaia.
Il viaggio di Ponyo e Sosuke l’una verso l’altro diventa quindi un avvicinamento progressivo fra una realtà che deve ritrovare la magia e una fantasia che deve essere capace di immergersi nel mondo, in un abbraccio reciproco che ha la stessa delicata intensità della fiaba per bambini che riesce a parlare anche agli adulti.
Il complesso di universi concentrici in continuo movimento ritrova se stesso nella forma adottata dal film, molto immediata, che rimanda ai primi esperimenti con Isao Takahata e ai corti più liberi (e meno visti) dello Studio Ghibli. Personaggi e figure sono dunque essenziali, poco particolareggiati, pensati per arrivare direttamente agli occhi degli spettatori di ogni età, mentre i numerosi fondali dai colori pastello rivelano il tratto disegnato, il colore impresso manualmente sul foglio.
E’ come se l’uomo che in passato aveva portato avanti l’animazione tradizionale raggiungendo (e a volte superando) quella cura del dettaglio e della fluidità dell’immagine tipica della grande scuola Disney, oggi tenti di recuperare l’essenza più intima del disegno: lasciando da parte la riproduzione perfetta, l’asetticità dell’animazione tradizionale (soprattutto quella digitale, qui completamente assente) per andare al piacere tattile, quasi fisico, artigianale, del creare un mondo senza la mediazione di nulla che non sia la fantasia, la matita e la voglia di infondere vita in un disegno. In fondo il segreto di Ponyo è proprio questo: abbandonare ogni dicotomia (non esistono “buoni” e “cattivi” nel film), lasciarsi alle spalle i moniti più cupi per arrivare alla sintesi e all’essenza del bello che ancora è presente in questo mondo e che dobbiamo soltanto imparare a riconoscere.
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