VENEZIA 65 - "Rachel Getting Married", di Jonathan Demme
Girato come fosse un documentario ma con l’occhio da telefilm “new wave”, con la sua messa in scena senza prove, con la libertà di lasciare al direttore della fotografia Declan Quinn la scelta del punto di vista, con le sue numerose macchine da presa HD che riprendono il set, dentro al set, addosso agli attori, in mano, persino, agli attori, Rachel Getting Married è la magnifica scoperta di un cinema intimo e sovversivo che prova a raccontare le emozioni attraverso le emozioni, il dolore attraverso gli occhi e poi le paure e il senso di solitudine, ma anche l’amore…
Ci mette il cuore, mai come questa volta, Jonathan Demme, nel suo incredibile “miglior filmino familiare mai realizzato” (come da progetto del regista…). Cuore, corpo pulsante, danzante, musica dal vivo sul set/nel film, girando come fosse un documentario, ma con l’occhio da telefilm “new wave”, senza prove, con la troupe che diviene famiglia, dentro una casa/set che li spinge – letteralmente – a condividere per 5 giorni l’esperienza del “vivere assieme”. Con i musicisti che suonano fuori al giardino, o al piano di sotto, mentre Kym (una Anne Hathaway che è un corpo malleabile/mutante,capace di prendersi con gli occhi e il sangue un ruolo che sembra venire da Ragazze interrotte, e la ragazza sembra possedere, assieme in un unico corpo, l’inquietudine di Winona Ryder con l’energia dell’Angiolina Jolie) sale le scale ed entra nella sua vecchia camera da dove manca da mesi e mesi di vita sregolata, case di cura e corsi di recupero per tossicodipendenti. Kym entra in camera e il suo sguardo vaga lento tra le pareti, tra i vecchi oggetti di ragazza/bambina, e la musica di Zafer Tawil sale lenta, e questa scena sembra non finire mai, di una lentezza sublime, dolcissima e impensabile per un film con star, tutta dentro Hollywood, ma girato come se ci fosse una nuova Nouvelle Vague e Demme fosse il nuovo Godard.
Ma Demme, (per fortuna?) viene dalla scuola di Corman (anche qui presente in una cameo) e sa come mixare culture alte e basse, miscelare musiche bianche e nere, far cantare Robyn Hitchcock e Sister Carol, riecheggiare Neil Young, il tutto dentro un matrimonio che sta per compiersi, quello della sorella di Kym, la Rachel del titolo, che è l’atto ufficiale in cui la famiglia si ricompone, dopo lutti, separazioni e corpi spezzati dentro dai dolori. E Rachel Getting Married, con la sua messa in scena senza prove, con la libertà di lasciare al direttore della fotografia Declan Quinn la scelta del punto di vista, con le sue numerose macchine da presa HD che riprendono il set, dentro al set, addosso agli attori, in mano, persino, agli attori, è la magnifica scoperta di un cinema intimo e sovversivo che prova a raccontare le emozioni attraverso le emozioni, il dolore attraverso gli occhi, e poi le paure e
il senso di solitudine, ma anche l’amore, tutto dentro quella cosa pazzesca, detestabile e necessaria (come il respiro) che è oggi la famiglia.
Il corpo “interrotto” è quello di Kym, che torna dalla casa di cura proprio nel giorno che precede il matrimonio della sorella. E’ una casa famiglia che si allarga, per le prove e tutto il gioco della rappresentazione di un atto simbolico, ed è curioso vedere un film che mostra le prove del matrimonio proprio mentre sceglie deliberatamente di non far provare gli attori, che sono così liberati dal perfezionismo della sceneggiatura (un esplosione di energia emozionale allo stato puro, scritta dalla figlia di Sidney Lumet, Jenny, insegnante e scrittrice di teatro di talento) e lanciati nell’universo set/famiglia, luogo dove i discorsi, i gesti, gli scambi di sguardi possono esibirsi senza cesure, senza limiti. Con la musica che invade il set fino al punto da infastidire gli attori ma con Demme capace di utilizzare persino questa “invadenza” in una pezzo di film (con Kym/Anne Hathaway che grida ai musicisti fuori al giardino di smetterla con la musica, storie vere del set e ormai dentro al film).
Mentre il matrimonio celebra un’unione, quella di Rachel e Sidney, Kym è l’alieno, l’insopportabile presenza, il corpo/segno di un passato che non si può dimenticare, così legato a una perdita luttuosa di cui la sua malattia/dipendenza fu responsabile. E non è amabile Kim, come non lo sono gli altri personaggi, tutti pieni di limiti (dolcemente umani) e rinchiusi nei limiti delle loro esistenze. Kym è semplicemente la cartina al tornasole, l’elemento esplosivo di conflitti mai sopiti e dolori mai rimossi. E allora tutto il film si dipana in queste “scie d’amore” cassavetesiane, con Kym e Rachel che si amano e odiano, con Paul, il padre, che
cerca di mantenere un impossibile equilibrio e una madre ex moglie (una finalmente recuperata al cinema Debra Winger), che non sa chiudere questo distacco.
Tutto Rachel Getting Married sembra fatto di “scene madri”, come se la struttura classica della sceneggiatura fosse esplosa dentro un corpo/film che procede per accumulo e sottrazione, aggiungendo emozioni ad ogni inquadratura e levando i simbolismi, giocando con i corpi immersi nelle musiche che, letteralmente, viene da dentro al film. E alla fine i conflitti non si ricompongono, perché non è così facile nella vita reale e l’antistruttura dello script sceglie la via anticonvenzionale, dove certo i personaggi sono cambiati nel corso della storia, ma nulla appare risolto, e Kym neppure riesce a raggiungere la madre che sta andando via, dopo che la sera prima si erano prese a schiaffi al termine di una discussione a dir poco accesa…. Abby (la Winger) va via, Kym la segue con lo sguardo, poi decide di corrergli incontro, forse per l’ennesima ed estrema richiesta di perdono, ma viene fermata dal padre che le presenta un’amica che le offre un lavoro, domani. Kym è lì ma il suo sguardo e il cuore seguono l’auto di Abby che va via, e nessuna redenzione è, per oggi, possibile. Con un finale malinconico e bellissimo, con Kym che va via e, nel giardino di casa, resta solo Rachel, ferma, immobile ad ascoltare i musicisti. Ma poi decide di andare verso di loro…verso la musica.
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