VENEZIA 65 - "The Sky Crawlers" di Oshii Mamoru
Cinema fino all’ultimo respiro: una riflessione filosofica incessante, un pensiero che a tratti pare aggrovigliarsi in un nodo inestricabile, fino a sciogliersi, farsi fluido, cristallino. Oshii probabilmente è il più occidentale degli autori nipponici. E la meraviglia del suo ultimo film è che nella sua incredibile rarefazione, nella sua essenzialità scarna, che non mostra altro che il necessario
Essere razionali, mentre ti gira la testa
I Kildren sono degli eterni adolescenti, ragazzi che per una modificazione genetica sono destinati a non invecchiare mai. Potenzialmente immortali, dunque. Ma la possibilità della vita eterna non è contemplata nelle leggi dell’universo. Occorre reinventare la fine, riportare la morte al lavoro. Se la pace domina il mondo, non resta altro che inventarsi una guerra per ristabilire l’ordine naturale. E così gli adulti obbligano i Kildren a un’infinita battaglie aeree la cui unica motivazione è lo spettacolo, l’intrattenimento puro e semplice. L’equilibrio delle cose si ristabilisce attraverso uno show. Le leggi della natura ritrovano in TV la loro defintiiva affermazione. Già questo basta a dare un’idea della vertigine teorica di The Sky Crawlers, l’ultimo anime dell’ormai grandissimo Oshii Mamoru, il regista di Ghost in the Shell, Ghost in the Shell 2 – L’attacco dei cyborg, già presente due anni fa a Venezia con Tachiguishi Retsuden. Cinema fino all’ultimo respiro: una riflessione filosofica incessante, un pensiero che a tratti pare aggrovigliarsi in un dilemma inestricabile, sino a sciogliersi, farsi fluido, cristallino. Oshii, probabilmente, è il più occidentale degli autori nipponici. La sua visione del mondo si struttura secondo schemi di ragionamento che evocano una logica cartesiana e segue direzioni di percorso che arrivano al cuore delle nostre domande più pressanti. Oshii ci prende alla gola, perché ci obbliga a ciò che non abbiamo il coraggio di chiedere, a ciò che si affaccia appena nelle nostre notti più buie, nelle insonnie dolorose, per poi esser ricacciato in un angolo, assopito dai nostri vili sedativi. Se fosse consentito paragonare due diverse misure di grandezza, potrebbe dirsi che Oshii è all’esatto opposto di Miyazaki, la cui opera è l’ultimo libro sacro d’Oriente. The Sky
Crawlers e Ponyo on the Cliff by the Sea sono elementi naturali irriducibili. The Sky and The Sea. Il cielo e il mare. La leggerezza dell’aria che ci percorre, la fluidità vitale dell’acqua che ci compone e genera. L’esterno e l’interno. Il trascendente e l’immanente. Miyazaki ci dice che per diventare uomini occorre rinunciare alla magia. Oshii ci parla di bambini che non diventeranno mai uomini, eppure la magia non l’hanno mai posseduta, l’hanno perduta l’istante stesso in cui sono stati condannati a non avere ricordi. Strano. L’infanzia finisce nel momento in cui si percepisce che il tempo è la nostra sostanza. I kildren non hanno un orizzonte temporale, non hanno nostalgia, rimpianto, timore dalla morte. Si trovano nella perfezione dell’incoscienza. Quindi dovrebbero essere dei maghi felici. Perché, allora, vivono in una noia perenne, in una monotonia invincibile? L’immortalità è l’esatto opposto della vita, perché non contempla la possibilità del movimento. L’eternità coincide con la coazione a ripetere, è di per sé la negazione di ogni minima libertà. Le uniche scelte possibili sono uccidere o uccidersi. La vita si nasconde nell’istante, nello spazio infinitesimale in cui si gioca la partita con la morte. Oshii ci obbliga a smarrirci atterriti in un universo senza linea d’orizzonte, senza meta o riferimento. Ma introduce una minima deviazione, uno scarto, indica un varco nella sofferenza continua dell’eterno ritorno. E’ la possibilità di modificare un dettaglio, di aggrapparsi all’importanza delle cose minime per uscire dalla forma confusa dell’infinito. O, ancor più, è la sfida al giaguaro nero, al padre invincibile, al creatore, la bestemmia di una ribellione disperata, eppur libera, gloriosa…alleluia… La meraviglia assoluta di The Sky Crawlers è che Oshii arriva a uno stato di rarefazione mai raggiunto prima, a un’essenzialità scarna in cui non c’è altro che il necessario. Aldilà della perfezione delle battaglie aeree in 3D, i disegni sono di una semplicità molto distante dal passato, i personaggi appaiano quasi legati nei movimenti. Le parole non si sprecano più in ragionamenti all’infinito, in una logorrea sfiancante. Si riducono al minimo, ma hanno tutte il loro peso, come fulmini che partono dalla sommità della sfera celeste per piombare a terra in tutta la loro forza devastante.
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