"Star Wars: The Clone Wars", di Dave Filoni

Il nuovo tassello del grande mosaico lucasiano delle Guerre Stellari è un appassionante lungometraggio in Computer Graphics che riesce nel difficile compito di essere omologo alla saga ma al contempo di elaborare la stessa dall’interno per permetterle l’ennesimo passo in avanti, in continuità con i gusti delle generazioni più giovani

Clone WarsVien da pensare che nell’ambito di una mitopoiesi digitale da sempre perseguita con i film Live Action, l’approdo di Star Wars alla forma del film animato in Computer Graphics fosse inevitabile. Pensiero rafforzato dalla viva sensazione di trovarsi negli stessi, splendidi, scenari già esplorati dagli Episodi della Trilogia Classica e della Nuova Trilogia, all’interno dei quali però non agiscono più attori di carne, ma figure in CGI, completando quel processo osmotico che vedeva persone reali e controfigure digitali interagire senza soluzione di continuità. Si è dunque abbandonata ormai definitivamente quella concretezza artigianale tipica dei film anni Settanta per traghettare la saga in uno scenario fatto di pura astrazione visiva, vicino a opere come Speed Racer, ma seguendo una direttrice teorica che è più simile a quella del Real Cinema alla Cloverfield.

Infatti, nonostante si sia ormai nel regno dell’immateriale, la storia abbandona l’iperbole antirealistica cara alle precedenti animazioni 2-D di Clone Wars create da Genndy Tartakovsky in favore di un approccio maggiormente realistico, che rende le azioni dei Jedi spettacolari ma credibili, mentre la regia affronta le scene di massa con il classico espediente documentaristico della macchina a mano che si immerge totalmente nell’azione. La simulazione per creare il verosimile, dunque, in un interessante ossimoro che è poi solo il primo di molti presenti all’interno dell’opera, che riesce nel difficile compito di essere omologa alla saga ma al contempo di elaborare la stessa dall’interno per permetterle l’ennesimo passo in avanti, in continuità con i gusti delle generazioni più giovani.

Ecco dunque che il classicismo trionfante dei temi musicali di John Williams si unisce a sonorità dal sapore maggiormente etnico ad opera del nuovo compositore Kevin Kiner, mentre la narrazione reitera l’espediente del montaggio parallelo saltando da una micro-vicenda all’altra per mostrarci però un Anakin Skywalker più avveduto del solito, perseguitato dalla giovane e impertinente Padawan Ahsoka Tano. L’umorismo pungente dei loro dialoghi può ricordare i trascorsi della Principessa Leia e di Han Solo, ma il sapore è vicino anche ai tipici battibecchi da commedia scolastica tipici degli anime giapponesi. Allo stesso tempo la palette cromatica elabora belle soluzioni visive, lavorando con cura sulle ombreggiature e sui contrasti, ma senza rinnegare mai la palese natura cartoonesca insita nel design dei personaggi. Figure già note (la Sith Asaji Ventress era nella precedente e già citata serie di Clone Wars) si intrecciano poi ai nuovi arrivati (la stessa Ahsoka, il giovane Hutt “Puzzolo”) creando un insieme di vecchio e nuovo, che dimostra la grande vitalità dell’universo lucasiano.

Il divertimento per fortuna non è solo di Dave Filoni in cabina di regia, ma si trasmette anche allo spettatore che ancora una volta sia capace di accettare l’evoluzione del format e la meraviglia che si prova di fronte all’avventura più scanzonata e alla nobiltà dei duelli con le spade laser.

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