Action Painting: "Transformers - La vendetta del Caduto", di Michael Bay
Il Cinema dietro gli occhi. La vendetta del Caduto è l'opera ad oggi più libera e selvaggia di Michael Bay: la sua innegabile vetta. Incessante smarrimento audiovisivo proveniente da un altro mondo, in cui è Bay a dettare legge, e a decidere di volta in volta la vita, la morte e le resurrezioni, le leggi fisiche e gravitazionali. Mai come altrove interessato quasi unicamente al puro movimento, al segno dispiegato: il cinema di Michael Bay nella sua forma più pura ed incontaminata
“La danza sorge allora direttamente come la potenza onirica
che dà profondità e vita a queste vedute piatte, che dispiega tutto uno spazio nella scena
e aldilà, che dà all'immagine un mondo, la circonda di un'atmosfera di mondo.
Sarà la danza ad assicurare la transizione tra veduta piatta e l'apertura dello spazio.
Essa sarà il movimento di mondo che corrisponde, nel sogno, all'immagine ottica e sonora.”
Gilles Deleuze su Stanley Donen
Dentro o fuori. Il cinema di Michael Bay questa volta non ammette mediazioni: e la seconda fila della sala potrebbe già essere troppo lontano.
Film dopo film il cinema di Bay continua ad affinarsi mentre non smette di crescere, come le diverse composizioni che rappresentano la novità dei robots di questo secondo episodio: dagli Autobots gemelli che sanno fondersi, al mostruoso Devastator componibile, alla fusione finale tra Optimus Prime e il vecchio Jetfire per sconfiggere definitivamente Megatron e il Caduto, tornati a minacciare la Terra alla ricerca di Energon, l'unica fonte di energia che può tenere in vita i perfidi Decepticons.
In maniera simile a quanto realizzato con il secondo episodio di Bad Boys (la cui locandina campeggia nella stanza al college di Sam/LaBeouf), il regista intende l'operazione-sequel come astrazione pura delle forme messe in campo nel primo episodio. Da questo punto di vista, La vendetta del Caduto è l'opera ad oggi più libera e selvaggia di Michael Bay: la sua innegabile vetta. Un film che segna per Hollywood lo stesso scarto che Cantando sotto la pioggia fu per la commedia musicale:
mettendo in scena lo svelamento definitivo del dispositivo, ottenne il risultato di fare del progresso tecnico l'unico reale artefice della creazione del mondo filmico purovisibile. La macchina è sempre stata parte di noi (le vecchie foto di Turturro, la sequenza allo Smithsonian Museum).
Certo la prima ora di film conserva ancora l'aura 'spielberghiana' che innervava con decisione il primo Transformers, sia nell'atmosfera collegiale che nei riferimenti all'immaginario del produttore, come i ricordi inconsci di Sam che si manifestano in forme simili alle ossessioni dei protagonisti di Incontri Ravvicinati, o la ricerca archeologica della Matrice in Egitto degna di Indy. D'altra parte in alcuni momenti (su tutti lo strabiliante paradiso dei Prime) la sensazione è davvero quella di una trilogia nascosta formata dai due film dedicati agli Autobots più Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo, operazione per certi versi opposta ma per altri sottilmente gemella.
Con lo spostamento pressoché totale dell'azione nello spazio sconfinato del deserto e l'entrata in scena del personaggio di John Turturro, il film raggiunge però l'inaspettata ed imprevedibile espansione assoluta dello sguardo di Bay, mai come altrove interessato quasi unicamente al puro movimento, al segno dispiegato: segni come quelli, indecifrabili, che affollano la mente e il corpo di Sam; un nuovo linguaggio totalmente inedito, seppure risalente dai territori primari e originari della visione. Un'ora e mezza di incessante smarrimento audiovisivo proveniente dritta dritta da un altro mondo, una landa “in the middle of nowhere”, come la definisce uno dei marines, in cui è Bay a dettare legge, e a decidere di volta in volta la vita, la morte e le resurrezioni; le leggi fisiche e gravitazionali (la mela che cade al professore in ralenti nella prima lezione di Sam al college).
E allora perde ogni ragione d'essere la domanda su cosa ci sia effettivamente in campo, nell'inquadratura: se anche i robot non sono più il centro dell'azione (spesso le lotte tra le macchine si svolgono ai lati o sullo sfondo, come se non occupassero più l'interesse principale della mdp), e gli umani, nascosti, in fuga, e sempre più piccoli, non lo sono mai stato, quello che resta sono lampi di materia, grumi di colore, traiettorie, linee e geometrie che finalmente si svolgono in quanto tali, di per se stesse, senza più alcun bisogno di essere legate ad una qualunque giustificazione di funzionalità – il cinema di Michael Bay nella sua forma più pura ed incontaminata. Alla stregua del Decepticon formato da tante piccole sfere anch'esse animate, che nel momento in cui guadagna un volume, perde del tutto lo spessore, diventando talmente piatto e sottile che da qualunque parte tu lo provi a guardare, resta invisibile.
Come se la visione sgorgasse fuori direttamente dalla bayana (o dalla nostra) immagine mentale di Cinema (l'ispezione delle cavità di Sam sul tavolo operatorio), e venisse proiettata sullo schermo senza più alcun filtro applicato all'idea di realtà, direttamente come impulso, intuizione, sensazione. Il Cinema dietro gli occhi.
Un vero, decisivo action painting.
Titolo originale: Transformers – The Revenge of the Fallen
Regia: Michael Bay
Interpreti: Shia LaBeouf, Megan Fox, John Turturro, Hugo Weaving, Rainn Wilson, Josh Duhamel
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 147’
Origine: USA, 2009
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